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La formazione emotiva del bambino lettore: due scrittrici per l'infanzia raccontano
Angela Nanetti e Dacia Maraini incontrano a L’Aquila insegnanti, genitori, pediatri: “Per avvicinare i ragazzi alla lettura occorre raccontare loro le nostre esperienze personali, significative ad essa legate”.
“Il mio inizio come lettrice viene dal raccogliere con le orecchie, e viene da una nonna che ci raccontava delle storie, poche e sempre quelle. Vengo da una famiglia di cultura modesta. Appartengo ad una generazione dalla quale la scuola era vista come strumento di promozione sociale, però nella mia famiglia non era così.” Ma se c'è un elemento che potremmo definire magico, che fa di lei una lettrice appassionata, è proprio quella voce notturna della nonna. Ascoltare una voce, quando non è stanca o distratta, ma “arriva con tutta la carica emotiva e affettiva che è capace di contenere” è importantissimo fin dalla primissima infanzia. Arriva poi il momento di “raccogliere con gli occhi”, quando si impara a leggere. “Il mio primo approccio alla lettura è stato quello del “devi leggere”: un apprendimento faticoso, a scuola, libri regalati da amici e parenti che mi hanno deluso perché non li desideravo. Non so cosa abbia determinato il grande passaggio al “voglio leggere”: non è una cosa che si può insegnare. In questa seconda fase il piacere si è incontrato con il bisogno. Si diventa lettori con la S maiuscola quando non è più solo piacere, ma quando è necessità.
Per ragioni molto personali, più tardi, Angela ha cominciato a scrivere. “È stata una partenza occasionale,” racconta, “in seguito alla perdita di due bambini che mi fece vedere improvvisamente l'infanzia con un occhio diverso. Superato questo momento, scrissi le Memorie di Adalberto. Fu una specie di sfida, non sapevo niente della letteratura per ragazzi. Mi posi il problema di scrivere un libro per un non lettore, mio figlio. Potete immaginare come un'appasionata lettrice come me riuscisse a digerire un figlio che detestava (e tuttora detesta) i libri! Nonostante mio figlio fosse più piccolo, però, scrissi per un pubblico di preadolescenti, perché mi sembrava che fosse un'età poco esplorata. Nella mia esperienza di insegnante alle scuole medie potevo osservare quel fenomeno straordinario che è la crescita, il cambiamento del corpo, con tutte le pulsioni e i problemi che comporta. Per un periodo ho continuato a scrivere pensando ad un lettore esterno. Poi ho cominciato a scrivere per il mio lettore interiore, credo con una libertà e con risultati di scrittura diversi”.
Dall'intervento dell'autrice emerge un altro elemento importante, oltre a quello della “voce”, per la formazione del lettore: il limite. “Io vengo da un contesto che conosceva il limite, per esempio di una televisione che finiva alle 12, o quello di avere poche risorse (prendevo i libri in prestito in una biblioteca). Pensando alla lettura, dobbiamo forse interrogarci fino a che punto siamo in grado di limitare i bambini, di dare loro dei confini affinché possano apprezzare certe cose. La lettura richiede pazienza: come fanno i bambini che non sono educati alla pazienza del tempo a diventare dei buoni lettori? Se l'immagine è invasiva e arriva dappertutto, sempre e comunque, come fa la fantasia a operare e svilupparsi? E se la fantasia è bloccata, è spenta, è morta, come fa la lettura a essere interessante? Occorre costruire quindi, nell'interesse dei bambini, dei limiti: facendo sentire loro il valore e la bellezza di questo; abituarli all'attesa. La lettura richiede il tempo dell'attesa, di un libro significativo”. Ma non è facile, oggi, per molti genitori ed insegnanti, orientarsi nel vasto panorama dell'editoria per ragazzi.
L’autrice lamenta da un lato la scarsa considerazione di cui gode questo settore letterario in Italia ma, dall’altro, anche la presenza di “... un modo per scrivere per ragazzi, in certi casi, che io trovo indegno. Quando, a suo tempo (nel 1984), nelle Memorie di Adalberto scrissi un capitolo intitolato “La misura del coso”, non vi dico quale fu lo scandalo! Ma per me la volgarità, l'oscenità nella letteratura per ragazzi è tale quando è banalità, conformismo, sciatteria linguistica. Qui il peccato diventa grave, perché all'adulto si possono offrire tutte le porcherie che si vogliono, tanto la responsabilità è sua, ma nei confronti dei ragazzi, che sono indifesi, è imperdonabile.
Su cosa voglia dire scrivere per ragazzi si sofferma anche Dacia Maraini (è qui in occasione della presentazione del suo nuovo libro, Colomba). “I bambini sono, dal punto di vista della sensibilità, dell’intelligenza e della capacità di comprendere, esattamente come i grandi, anzi meglio. Quello che non hanno, che li differenzia dagli adulti, è l’esperienza che occorrerebbe loro per rapportarsi con la realtà. Ma quanto alla sensibilità, ad esempio, nei confronti della giustizia, all’esigenza di bellezza, non sono affatto da meno. E sono anche in grado di comprendere le storie più terribili: pensate alle fiabe di Perrault, ad esempio quella di Barbablu, un serial killer che sgozzava le proprie mogli: è piena di particolari agghiaccianti. I bambini devono essere messi di fronte alla realtà, anche all’orrore. Pensiamo a Bettelheim, il quale afferma che i bambini devono scoprire il piccolo mostro che c’è in ognuno di noi”.
Ad alcuni viene da sorridere pensando che, oggi più che mai, di informazioni, di storie (terribili o meno) siamo letteralmente invasi da parte di ogni mezzo di comunicazione. Ci chiediamo perché, allora, dovremmo cercarle proprio nel libro. Dacia sembra indovinare questa nostra perplessità: “Io credo che chi legge riscriva il libro che sta leggendo. E riscrivere un libro è un’esperienza fortemente educativa: significa farsi soggetti di una storia, viverla da protagonisti. Ecco il valore educativo del libro: non per l’informazione che dà, ma perché stimola la creatività, l’immaginazione”.
Partendo dal concetto di libro come prodotto artgianale e non industriale, Dacia sottolinea come il rapporto che si creerà con esso sarà tanto più intimo e personale quanto più sarà precoce. “Bisogna tenere i libri in casa, su scaffali bassi, fare in modo che i bambini li tocchino, leggere loro delle pagine, far capire loro che cos’è il piacere che se ne può ricavare. [...]Molti insegnanti che incontro nelle scuole mi chiedono consigli su come fare per avvicinare i ragazzi alla lettura: io rispondo sempre che bisogna raccontare la propria esperienza di lettori, parlare del libro come di qualcosa che è stato vissuto in prima persona. Certo, esisteranno sempre dei ragazzi totalmente refrattari alla parola, ma la maggior parte di loro ne verrà conquistata”.
| autore | Lara Polsoni |
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| creato | lunedì 14 febbraio 2005 |
| modificato | lunedì 14 febbraio 2005 |
