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Attracchi a Sfarfallòne
(trad.: Càpiti a sproposito) … parlando di parole…
Così disse Spìpany Spinny al suo amico Haaarry!; il punto esclamativo e le tre a fanno parte del nome: ovviamente si tratta di un ammiccamento al celeberrimo Potter, detto anche affettuosamente Sfotter. Novella, 13 anni nel suo Diario di Mela fa parlare Spìpany con questo curioso argot desunto dal tesauro dei sinonimi di Word, ed è questo linguaggio che ci serve da start per parlare di parole, cominciando da un piccolo e prezioso libretto, il Dizionario dei giochi con le parole di Giampaolo Dossena (ed. Vallardi 1997). Conoscete il bastimento doppio? E’ una variante del famoso “è arrivato un bastimento carico di” e si può giocare in un numero qualsiasi di persone. Poi ciascuno prende un foglio bello grande e a metà ci incolonna dall’alto in basso le lettere dell’alfabeto. Poi viene scelta una lettera a caso, p.es. C. Sul margine sinistro del foglio ciascuno scrive tante C in corrispondenza delle lettere dell’alfabeto, così:
C A e così fino alla Z. Poi riga per riga […om.] ciascuno cerca di trovare il maggior numero
C B possibile di luoghi comuni, espressioni correnti, modi di dire, frasi fatte, idiomatiche,
C C [ma anche categorie diverse, p.es. località celebri, edifici noti, parti di oggetti, n.d.r.],
di banalità consunta, composte di due parole che cominciano per C ed A, per C e B, per C e C, ecc. E, prosegue Dossena, una volta lui e tre amici hanno trovato oltre un centinaio di questi accostamenti, che messi assieme fanno una specie di scheletro sottile sul quale si potrebbe anche costruire una storia. O una poesia. Provare per credere: eccone qualcuno: Corso Accelerato, Carro Bestiame, Casa Colonica, Coltivatore Diretto, Caffè Espresso, Chiodo Fisso, Canto Gregoriano, Crazy Horse, Colonna Infame, Coscia Lunga, Ceto Medio, Canta Napoli, Classe Operaia, Costi Proibitivi, Crisi Qualitativa, Che Ridere, Centro Storico, Chiusura Temporanea, Carne Umana, Chiedo Venia, Crescita Zero. Bello eh?
Dalle parole-giocattolo alla scrittura il passo è davvero impercettibile, anzi, non è nemmeno un passo, è un fermito: e Scrivere Zen di Natalie Goldberg (ed. Astrolabio 1987 : ma attenzione! Il titolo originale è Writing down the bones vale a dire qualcosa come Scrivendo giù per le ossa. Fantastico.) è uno dei più gustosi manuali di scrittura creativa oggi disponibili, che, come dice il risvolto di copertina, si pone l’obiettivo di favorire la pratica della scrittura, per promuoverla, facilitarla, coltivarla, coccolarla, proteggerla, amarla, soffrirla, diffonderla, riconoscerne la complicata geografia. Il bello di questo libro è che dà suggerimenti concreti a tutti quelli che vogliono scrivere, che hanno delle cose da dire, o che avvertono impulsi indistinti al racconto, di sé e /o d’altri argomenti, ma che non sanno da che parte cominciare, come andare avanti senza intoppi e soprattutto come e quando fermarsi.
Una regola molto semplice e basilare è quello di fare liste: nel capitolo Argomenti per scrivere l’autrice consiglia vari punti di partenza per produrre liste, per esempio al punto 4 dice Scegliete un colore – per esempio il rosa – [insieme al giallo è quello che detesto di più: mi ricorda la Barbie. Niente di personale.] ed andate a fare una passeggiata di un quarto d’ora. Durante la passeggiata prendete mentalmente nota di tutto ciò che è rosa. Quindi tornate al quaderno [di appunti personali, n.d.r.] e scrivete per un quarto d’ora. Il taccuino d’appunti, strumento per eccellenza del mestiere di scrivere, è spesso utilizzato in concomitanza con il diario personale, anche se il diario ha una sua precisa autonomia letteraria, oppure semplicemente soggettiva: Le parole della notte (titolo originale:Reading in the dark, Leggendo al buio) di Seamus Deane (ed. Feltrinelli 1999) è il diario di un bambino irlandese di dieci anni che si racconta e ci racconta la sua vita di tutti i giorni a Derry tra gli anni 40 e 50, e comincia così: Febbraio 1945. […om.] “Non muoverti” disse mia madre da lì” Non passare davanti alla finestra.” Io ero sul decimo gradino, lei sul pianerottolo. […om.]”C’è qualcosa lì, tra noi. Un’ombra. Non muoverti.” Non ne avevo la minima intenzione. Ero incantato dalle sue parole. Ma non vedevo ombre.”
E voi, vedete ombre nelle parole? O preferite giocarci lanciandole per aria? E dopo, le afferrate e ve le riprendete, o le lasciate cadere?
| autore | Maria Elena Roffi |
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| creato | giovedì 23 gennaio 2003 |
| modificato | venerdì 24 gennaio 2003 |
