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Bambini, per incominciare...
Presenze infantili nei romanzi e nel folklore.
La bambina dell’oceano di Jules Supervielle, che la pubblicò nel 1931 (ed. Marcos y Marcos 1987), è il primo di otto racconti inclusi nella raccolta omonima: ed è una storia che non si finirebbe mai di rileggere.
Questa bambina senza nome vive in un villaggio situato proprio sull’oceano ed attraversato da una strada d’acqua, un villaggio totalmente disabitato ma non per questo in rovina.
Case, negozi, la chiesa, il municipio, la scuola: c’è tutto, e la bambina si nutre dei cibi sempre freschi che trova nelle dispense e sui banchi di negozi deserti e pulitissimi.
Quando all’orizzonte compare un’imbarcazione, la bambina s’addormenta subito profondamente, ed il villaggio scompare sotto la superficie marina; la bambina non riesce a parlare, ma va regolarmente a scuola: una scuola senza classi e senza insegnanti, ma lei i libri li ha, e li mette tutte le mattine diligentemente nella sua grande cartella.
Solo una volta un piccolo cargo riesce a transitare su quella strada d’acqua senza provocare lo sprofondamento del villaggio e senza che la bambina cada nel sonno: lei si mette a gridare “aiuto!” a marinai che le passano vicinissimi senza vedere né lei né le case che sfiorano con le fiancate del cargo. L’atmosfera sospesa tra incubo e racconto fiabesco si scioglie nel finale straziante, che dà una spiegazione trasognata ma non horror, come si sarebbe tentati di fare, alla vicenda: “Marinai che sognate in alto mare, i gomiti appoggiati al parapetto, guardatevi dal pensare a lungo nel buio della notte, a un viso amato.”: quella del racconto è infatti un essere “che non può vivere, né morire, nè amare e tuttavia soffre come se vivesse, amasse e fosse sempre sul punto di morire”, cui una notte un marinaio aveva dato vita autonoma, pensando con disperazione alla figlia dodicenne che aveva perduto mentre era assente per uno dei suoi viaggi.
Anche Pel di carota, il ragazzino in carne ed ossa protagonista del romanzo-memoria di Jules Renard (ed. Garzanti 1987), nel quale l’autore racconta se stesso ed i suoi familiari, non si può dire un personaggio lieto, anzi: nel capitolo intitolato “”L’album di Pel di Carota” veniamo a sapere che esistono numerose fotografie del fratello maggiore Felice e della sorella Ernestina, ritratti in ogni maniera possibile e con ricchi e variegati sfondi; ma se qualcuno domanda immagini di Pel di Carota da piccolo si sente rispondere dalla signora Lepic, la madre, che tutte le foto le sono state portate via perché il figlio era molto grazioso. Segue l’immediata, amarissima chiosa di Renard-Pel di carota: “La verità è che a Pel di Carota non fanno mai fotografie.”
Per trovare un bambino meno infelice, anzi, decisamente sereno e fortunato, ci trasferiamo a casa di Giannettino, protagonista dell’omonima fiaba d’area emiliano-romagnola (in: Fiabe romagnole ed emiliane scelte da Elide Casali e tradotte da Sebastiano Vassalli; ed.Mondadori 1986): a Giannettino succede d’incontrare la vecchia, che per definizione nei racconti popolari fa paura per la sua cattiveria, ma riesce a liberarsi ed a correre a casa dove racconta tutto alla mamma, che insieme a lui riuscirà ad imbrogliare la persecutrice, ovviamente intenzionata a divorarselo, liberandosene per sempre e guadagnandosi così la stima e la riconoscenza di tutti, bambini e mamme del villaggio. In fondo però la vecchia aveva chiesto solo un fico…
Terrificanti sono invece i Bambini volanti che compaiono in una leggenda del Northumberland (in: Fiabe e leggende di tutto il mondo. Fiabe inglesi; ed. Mondadori 1992): il padre uccide la moglie, la fa a pezzi e li nasconde sotto il letto; quando i bambini gli chiedono notizie della mamma, dopo molto tergiversare, si decide a rivelare loro il misfatto.
I bambini però non sono da meno: dopo aver ricomposto il corpo della madre, piangendo disperatamente, prendono un’ascia ed uccidono a loro volta il padre. La macabra fiaba si conclude con i tentativi dell’uomo di ”morire per la seconda volta” in vari modi: chiedendo al fuoco di bruciarlo,”ma il fuoco si rifiutò perché il cadavere era gelido e lo avrebbe spento”, all’acqua di affogarlo, all’ascia di tagliarli nuovamente il collo, per poi finire divorato, lentamente, da un grosso verme “con la testa della moglie ed il suo corpo slanciato.”.
E, per terminare con altre immagini di bambini inquietanti, citiamo una fiaba francese intitolata I bambini dell’alba, (in: Fiabe e leggende di tutto il mondo. Fiabe francesi; ed. Mondadori 1992) che parla delle apparizioni di bimbi molto piccoli in un prato chiamato Il battesimo dei morti : “erano i bambini che sono sempre via all’alba, quando la notte non è ancora finita e il giorno sta per iniziare”, i bambini morti prima di essere battezzati, in cerca di qualcuno che lo faccia. Mica facile, essere bambini. O bambine.
| autore | Maria Elena Roffi |
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| creato | giovedì 25 settembre 2003 |
| modificato | giovedì 25 settembre 2003 |

