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Come pensi che ci si senta… e come credi che finirà…

Musiche rock, terre promesse

“How do you think it feels?” è il titolo della canzone scritta da Lou Reed per l’album “Berlin” del 1973, i cui testi insieme a molti altri del musicista americano si trovano in Lou Reed (ed. Arcana 1979).

 

E’ il rock anni Settanta/Ottanta: un genere musicale ma anche uno stile, un atteggiamento. Modi di parlare e di vestire. Modi di viaggiare e di sentire. La parola rock in inglese vuol dire roccia, e il corrispondente verbo to rock significa dondolare ma anche scuotere: rock’n roll, e cioè ondeggiare e roteare, indica i movimenti di una danza, e questo era il rock all’inizio, musica fatta per essere ballata.

 

Ma con una sfumatura duplice: “Questa vita viene presa a sassate (rock=sasso) e dimenticata nel nuovo modo di ascoltare musica e ballarla.”, dice Marco Pierotti nella sua Guida all’ascolto della musica rock (ed. De Vecchi 1991).

Ma il rock non è stato un fenomeno esclusivamente musicale: Gino Castaldo nel suo libro La terra promessa. Quarant’anni di cultura rock (1954-1994) parte dal presupposto che questo genere si fondi su premesse ideali di tipo libertario, quelle stesse che stanno alla base delle grandi utopie generazionali di quegli anni: la Terra Promessa è, in altri termini, tanto ”la grande metafora [….] che ha attraversato quarant’anni di musica giovanile” costituendone il nucleo centrale, quanto, come diceva il titolo di un film anni Ottanta centrato sulla band punk dei Sex Pistols, ora sciolta, the great rock’n roll swindle, la grande truffa del rock: arte, artigianato, o grande industria? “Il rock’n roll […] per me era, ed è tutt’ora la promessa di un mondo al di fuori della mia stanza: e qualunque mondo fosse mi sarebbe piaciuto.” : così Lou Reed racconta gli inizi della sua carriera con i Velvet Underground, band newyorkese degli anni Settanta protetta e sponsorizzata da Andy Warhol cui il gruppo dedica anche alcune canzoni, come Andy’s chest, costruita sul modello “Se fossi…”:”Se potessi essere una delle cose di questo mondo che mordono / invece di un ocelot al guinzaglio preferirei essere un aquilone / essere legato all’estremità della tua corda / e volare nell’aria, baby, di notte…”  Reed, che ha sposato fra l’altro una celebre interprete, Laurie Anderson, si dedica oggi alla letteratura ed ai readings  di poesia oltre che ai concerti: è uscito di recente per l’editrice Minimum Fax (ed. 2003) il suo libro intitolato semplicemente Lou Reed, in cui si intrecciano, in un’ affascinante ed inquietante (ragna)tela, testi di canzoni accanto a poesie e racconti rivisitati di Edgar Allan Poe: “Nella mia testa Poe è il padre di William Borroughs e di Hubert Selby [l’autore di Ultima fermata: Brooklyn, ed. Feltrinelli 1989]. Cerco sempre di adattare il loro sangue alle mie melodie.”


Di altri musicisti non meno importanti, scomparsi soccombendo ad uno stile di vita che faceva in qualche modo dell’autodistruzione una forma d’esperienza artistica, ci parla Franco Gonella in Vita, morte & rock’n roll. Leggende e parabole dei padri fondatori (ed.  Castelvecchi 1995); qui i capitoli si organizzano come altrettanti medaglioni di un’ipotetica galleria di Vite di santi: troviamo così narrata la Passione di Brian Jones così come i Miracoli di Jimi Hendrix, la Vita di Jim Morrison e le Profezie di Eddie Cochran, le Opere e detti mirabili di Sorella Janis [Joplin] ed i Fioretti di John Belushi, le Predicazioni del poeta Cobain e le Estasi di Bob Marley.

 

Mentre il panorama musicale contemporaneo s’allarga includendo nuove correnti d’avanguardia, dalla psicoacustica alla trance, descritte da Gino Dal Soler ed Alberto Marchisio in Trance&Drones. Mappa delle musiche più visionarie degli anni Novanta (ed. Castelvecchi 1997), il rock prosegue per la sua strada o assume contorni del tutto nuovi che escono dal solco della  tradizione, come può essere ancora quella esercitata da band come i Metallica o i Limp Bizkit: parliamo della musica rap americana (sul fatto che possa esistere un corrispettivo italiano il dibattito è e resta aperto). “Io sono qualunque cosa tu dica”: così, con la semplicità e la disperazione di chi non ha niente da perdere, Marshall Mathers aka Eminem si racconta attraverso la voce di Nick Hasted, giornalista musicale, nella biografia Ground zero. Vita di un nemico pubblico. (ed. Arcana 2003): nell’introduzione si coglie una frase che sintetizza i profili di un fenomeno che non è solo individuale (Eminem non è tutto l’hip hop): perché “è troppo particolare, troppo ambiguo, troppo coerente, troppo furioso.” 

 

 Insomma, come dice ancora una volta Lou Reed nel libro citato, “In principio era il verbo… subito seguito dal tamburo e da una versione primitiva della chitarra.” Poi vennero le parole…

Proprietà dell'articolo
autoreMaria Elena Roffi
creatogiovedì 16 ottobre 2003
modificatovenerdì 17 ottobre 2003