Vai all'homepage Vai alla pagina contatti Vai alla pagina della mappa del sito Vai alla pagina del motore di ricerca interna al sito Vai alla pagina della guida e dichiarazione di accessibilità Vai all'inizio della pagina

Vai all'inizio della pagina

Fate?

Sì, fate

Stiamo parlando non dell’imperativo del verbo fare ma di loro, le schiere del piccolo popolo, quelle che nella corrispondente voce del   Dizionario unversale o Repertorio degli esseri e dei personaggi eccetera eccetera, scritto intorno al 1820/30 circa, vengono definite le druidesse, e dirette eredi delle maghe orientali. Il più famoso libro di fate dei giorni nostri è senz’altro Fate di B. Froud e A. Lee (RCS Libri 1997), accattivante e spesso inquietante opera su queste protagoniste di una tradizione antichissima, presenti nella letteratura europea sin da Maria  di Francia, che nel 1200 già ce ne parlava nei suoi Lais, composizioni poetiche esemplate da leggende del ciclo bretone ed arturiano.  Le fate di Froud e Lee, come e forse anche di più dei loro Gnomi, non sono precisamente una creazione per l’infanzia. Anzi, non sono nemmeno un’invenzione: sono vere, qualche volta solari e benevole come la Fata dai capelli turchini (ma mai tanto zuccherose), più spesso capricciose ed imprevedibili, non di rado dispettose, talvolta maligne. Insomma, sono persone, in tutto e per tutto. Ed hanno amici e nemici, come noi, e dunque ecco spuntare dalla  tradizione nordica (ricordate Hans Christian Andersen e la sua novella Il Monte degli  Elfi?) elfi agresti e creature soprannaturali che vivono su isole fantastiche o in terre antlantidee, altre che abitano i corsi d’acqua (da sempre laghi e fiumi sono vissuti dall’immaginario collettivo come  zone di confine), ed infine ci sono gli spiriti familiari e della casa. E sapete come si chiamano? Brownies, marroncino: simpatica quest’idea di chiamare un dolce casalingo con il nome di uno spiritello; peccato, non riesco a trovare un corrispettivo per l’area di lingua romanza. Voi sì?

Ci sono fate tradizionali, e fate attuali: pensiamo ad Amaryllis Sternwieser, protagonista di Inganni e incanti di Sophie Silber, di Barbara Frischmuth (Giunti 1988), delizioso romanzo dei nostri tempi dove l’idilliaco paesaggio della Stiria fa da sfondo ad un insolito evento: il congresso degli Esseri dalla Lunga Esistenza, e cioè fate elfi, folletti, gnomi, spiriti dei monti e dell’acqua, creature sagge e giocose che, non fosse per qualche stranezza, potrebbero sembrare a tutti gli effetti dei turisti in gita. Invece, siamo noi umani ad apparire inquietanti, sopra le righe, in qualche misura devianti insomma, accecati come siamo dall’odio e dalla ricerca del potere, destinati alla distruzione ed all’autodistruzione: ai nostri piccoli protettori (perché questo sono fate e folletti) non resta che constatare con sgomento l’impossibilità assoluta di correre in nostro aiuto, insieme con la triste anacronia della loro attuale esistenza di creature leggendarie e mitologiche. Inscindibilmente legati agli esseri umani, gli Esseri dalla Lunga Esistenza ne dipendono a tal punto che, se questi cessano di invocare il loro intervento, di nominarli, ecco che sono destinati a perdere le sembianze umane; possono continuare ad esistere come oggetti, come parti della natura (colline, sorgenti, arbusti) o possono svanire nelle nuvole, ma possono aiutare gli umani solo quando hanno anch’essi sembianze umane

Fate amanti, amanti venuti dall’Altrove, frontiere con Altri Mondi segnate da corsi d’acqua, candidi animali fatati, ma anche perfide fate rapitrici di bambini, folletti animati dal solo scopo di fare il male: questi ed altri motivi del folclore celtico formano  la materia delle

Fiabe celtiche (Mondadori 1991), una delle quali inizia proprio così “Un giorno accadde che nella parrocchia arrivarono le fate. Costoro erano famigerate per due motivi: innanzi tutto erano terribilmente brutte, e poi giocavano dei brutti tiri alle persone. Attiravano uomini e donne con i loro canti e le loro musiche, poi li abbandonavano in mezzo al fango oppure li facevano sguazzare negli acquitrini; rapivano i bambini dalla culla con la stessa rapidità e agilità che occorre per rompere una noce. […]”

E voi,che tipo di fata preferireste essere?     
Proprietà dell'articolo
autoreMaria Elena Roffi
creatolunedì 25 novembre 2002
modificatomartedì 26 novembre 2002