Gatti e gattini: le più belle storie in prosa e in versi dei nostri animali preferiti (ed. Newton&Compton2002), è una bella raccolta di testi, racconti, versi e brani di romanzi, che hanno come protagonisti i gatti, di ogni razza e di ogni età: dice per esempio Emily Dickinson in questa poesia intitolata “Avvista un uccellino”: “Avvista un uccellino – sogghigna - / si apposta – e poi striscia - / corre e non sembra avere zampe – le pupille diventano due sfere - / […]” Théophile Gautier, che ha scritto Le dinastie bianche e nere, Emile Zola, Charles Dickens, Edward Lear, molti altri hanno parlato di gatti, dei loro gatti innanzi tutto ma anche dei gatti in generale: sentite cosa racconta Dickens dei Gatti barbari (cioè randagi, n.d.r.): La loro biancheria non è pulita ed è miseramente consunta; il nero del loro mantello si stinge, come un vecchio abito a lutto; le loro pellicce sono mediocri; fanno uso dei più scadenti velluti in cotone invece di quelli di seta.[…] Sembrano scendere in strada direttamente dai loro letti insalubri, senza la minima toletta .[…] Non posso onestamente riferire di aver mai visto una matrona felina di questa classe sociale lavarsi la faccia quando si trova in stato interessante.
Dallo snobismo dickensiano, che urta un po’ la nostra sensibilità moderna verso i ceti meno fortunati, passiamo a narrare le preoccupazioni di Alice per Dina, la sua gatta, narrate da Lewis Carroll in un brano di quell’Alice nel paese delle meraviglie che si caratterizza fra l’altro per la presenza di un personaggio inquietante come il Gatto del Ceshire, noto per sogghignare e svanire, lasciando solo il suo sorriso, il suo grin,che scompare per ultimo: “Dina noterà la mia mancanza stasera, almeno credo!” [Saggia Alice, da questa frase si capisce benissimo che nutre qualche dubbio sul fatto che Dina possa lasciar trapelare una qualche forma di nostalgia per lei: i gatti sono superiori agli umani anche per questo, oltre che per tante altre cose] “Spero che si ricorderanno di darle la ciotola del latte all’ora del tè. [Un po’ meno saggia Alice, questa volta: è noto che il latte non fa bene ai gatti, specie ai cuccioli] Dina cara, vorrei tanto che tu fossi qui con me! Non ci sono topi qui intorno, mi dispiace, ma potresti cacciare un pipistrello, che è molto simile a un topo, sai. Ma mi domando, i gatti mangiano i pipistrelli?”
Il gatto bianco di cui parla Joseph Sheridan Le Fanu in Il gatto bianco di Drumguinnol (ed. Felinamente&C., 1992) è molto meno rasserenante: si tratta infatti di un messaggero di morte: “All’improvviso il gatto bianco si sistemò sul cuscino al di sopra della testa del cadavere e li guardò torvo da lì […], poi cominciò a strisciare lentamente lungo il corpo verso di loro, ringhiando piano e feroce mentre si avvicinava.” E capita che lo zio Tiegue vada incontro al suo destino in questo modo: “Mio zio stava lavando la canna del fucile nel lago. L’erba in quel punto è bassa, e intorno non vi è alcun riparo. Non capì come gli si era avvicinato, ma la prima volta che lo vide, al crepuscolo, il gatto bianco stava girandogli attorno ai piedi, la coda nervosamente arcuata, un verde minaccioso negli occhi, […].”
La capacità di muoversi senza sollevare neppure il più piccolo suono ha colpito sempre l’attenzione di scrittori e scrittrici: per esempio Guy de Maupassant, che scrive nel suo Sui gatti (ed. Felinamente&C., 1994): “Ho avuto un giorno la strana sensazione di aver abitato nel palazzo incantato della Gatta bianca, un castello magico in cui regnava una di quelle bestie sinuose, misteriose, inquietanti, il solo, forse, di tutti gli esseri che non si sente mai camminare.” Ed aggiunge: “Sono deliziosi tuttavia, deliziosi soprattutto perché accarezzandoli, quando si strofinano contro la nostra pelle, fanno le fusa e si rotolano sopra di noi guardandoci con i loro occhi gialli che sembrano non vederci mai, si sente davvero l’insicurezza della loro tenerezza, l’egoismo perfido del loro piacere.”
Per dirla con Doris Lessing insomma, nel suo Gatti molto speciali (ed. La Tartaruga 2002): “Negli occhi della gatta grigia si rintracciava la verde lucentezza dell’ala di una farfalla di giada, come se un artista avesse detto: che può esservi mai di altrettanto grazioso, di altrettanto delicato di un gatto? Che cosa, naturalmente, di una creatura dell’aria?” Perché, tornando a Maupassant, è proprio vero che un gatto, ma anche una gatta naturalmente, “E’ lo spirito familiare del luogo, / giudica, presidia, dona ispirazione a tutte le cose del suo impero. / Forse è fata – forse è Dio?”
Benvenuta a Lyla, nuova arrivata nella nostra famiglia dopo la Grande Nina, dopo Giulio il dandy. Andati, e non più tornati. Benvenuta, piccola siamese dagli occhi celesti. Resta.