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Il gatto in noi

Noi siamo il gatto che è in noi. Siamo i gatti che non possono camminare da soli, e per noi c’è un posto soltanto.

… è il titolo di un libro poco conosciuto di William S. Borroughs (ottava ed. Adelphi 1995: la prima edizione è dell’anno precedente!), un libro sul gatto, come dice il traduttore, Giuseppe Bernardi, visto nella sua qualità specifica di compagno psichico. Il libro, che all’apparenza si propone come diario, si snoda a poco a poco tra figure sempre più in primo piano di gatti d’ogni colore e carattere, fino a diventare un album, o meglio un taccuino che ritrae dolcissime immagini di persone non esattamente feline e neppure del tutto umane, qualcosa di ancora inimmaginabile, che potrebbe essere il risultato di un’unione non consumata per milioni di anni. La narrazione si raccoglie in capitoli molto brevi,  il primo e l’ultimo scritti in corsivo come a segnare uno stacco dal resto del libro, quasi fossero i due elementi del fermaglio che chiude una collana. Il primo capitolo infatti comincia con una data: 4 maggio 1985. Lo scrittore descrive di seguito i suoi preparativi per la partenza: sta per compiere un breve viaggio che lo porterà a discutere proprio di questo suo lavoro. La sua gatta Calico Jean lo sta osservando, mentre allatta il suo gattino nero. Dice quindi Borroughs: Prendo il borsone. Mi sembra pesante. Guardo dentro e ci sono gli altri quattro suoi gattini. “Abbi cura dei miei piccoli. Pòrtateli dietro dovunque tu vada.” 

Ebbene, lo riconosco: come ha dichiarato Camilla Cederna in un’intervista, anch’io sono una gattòlica! E come si fa a non esserlo: sentite per esempio questo straziante addio al suo gatto composto da un’anonima strega, o stregone, vissuta in Spagna alla fine del ‘500: Per il tuo dolce muso nero domani salirò sul rogo / Fuggi figlio mio finchè ti resta tempo, non indugiare! / Per il cangiante velluto degli occhi tuoi m’attende la pira / Fuggi bimbo mio nel bosco oscuro, senza indugio. / Libera l’ombra mia dal dolore di mostrarti il dolore / e vola libero e felice verso il salvifico oriente. / Lascia che il volo mio di domani non turbi il sogno tuo / e concluda il mio.

E che mi dite dei Gattiginosi?  Li trovate in quella stupenda raccolta di limericks che è Il libro dei gatti tuttofare di Thomas Stearns Eliot (ed.Bompiani 1963, con illustrazioni), nel capitolo Il canto dei Gattiginosi. Intoniamo dunque questo canto:Tutti i Gattiginosi escono stanotte, / Ne esce uno e vanno in processione / La Lun-Gattiginosa illumina la notte, E tutti quanti vanno in processione / Verso il Gattiginoso Pallone. Ce l’avete presente Oreste, il gattino bianco di Alice? Lui ed i Gattiginosi dovevano essere parenti stretti.

Dal bianco al nero più tenebroso: su tutt’altro versante si pone infatti il gatto nero co-protagonista di uno dei Racconti di Edgar Allan Poe (9° ed. Mondadori 1995). L’umano, o meglio, il disumano nella cui casa dimora il felino ha già barbaramente assassinato il suo predecessore, nero anch’esso ed anche la moglie del protagonista, che voleva difenderlo, viene uccisa dal marito, armato di accetta. Il meglio del racconto è nel finale: la polizia giunge nella casa per indagare sulla sparizione della donna (nel frattempo anche del gatto non c’era più traccia) e l’omicida, che aveva murato le cantine e si sentiva di conseguenza al sicuro, batte sui muri a dimostrazione della loro solidità. Ed ecco, la vendetta: al di là, perso nei meandri sotterranei di quella che era diventata una  tomba, inizia a farsi sentire un urlìo, un mugolio, metà di spavento e metà di trionfo quale poteva venire soltanto dall’inferno, dalla gola dei dannati nella loro agonia e dai demoni esultanti nella dannazione, in un tempo …. [om.] Avevo murato il mostro nella tomba.

Anche I gatti di Ulthar narrati da Howard P.Lovecraft (in Tutti i racconti 1897-1922, ed. Mondadori 1989) si vendicano, e fanno bene: si capisce subito che Lovecraft è dalla loro parte, infatti lo scrittore statunitense, che nutriva una spiccata propensione per loro, è fra l’altro autore di un saggio, non tradotto (a proposito: se qualcuno mi trovasse questo testo…), dal titolo Something about cats, pubblicato dapprima sulla rivista Leaves nel 1937 ed in seguito ristampato nel 1949 in un volume edito dalla Arkham House.  

E concludiamo con il capitolo finale del libro di Borroughs che dà il titolo a questa breve carrellata felina (ma ci torneremo ancora, su quest’argomento):
Noi siamo il gatto che è in noi. Siamo i gatti che non possono camminare da soli, e per noi c’è un posto soltanto.

E voi, di che gatto siete?

Proprietà dell'articolo
autoreMaria Elena Roffi
creatovenerdì 3 gennaio 2003
modificatovenerdì 3 gennaio 2003