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Ghiaccio

… un universo che scintilla senza vita

Ghiaccio, di Anna Kavan (ed. Bompiani 1974) è un romanzo di fantascienza molto sui generis: in uno scenario apocalittico costituito da un mondo che torna ad essere assediato da una nuova glaciazione universale si muove lei, la protagonista, fra esseri umani, animali, piante stretti nella morsa di un freddo polare che è anche dentro lei, la invade come un’armata trionfante, come un serpe insidioso, un freddo che è identità smarrita, rassegnata disperazione, paura continua, implacabile, senza soste. E candidi come il ghiaccio sono anche i cristalli dell’eroina, ghiaccio nel ghiaccio, che accompagna lei attraverso un mondo distrutto dall’avanzare dei ghiacci, in mezzo alle rovine di città annientate da ripetute catastrofi naturali, verso il vuoto congelato di un’età del ghiaccio ed un’esistenza ridotta a cristalli minerali: in altri termini, verso il più assoluto silenzio. Come dice Brian Aldiss nella Nota a fine testo, i ghiacciai, di per sé incapaci di permanenza reale, avanzando segnano la  distruzione di tutto, dalla nazionalità alla personalità.

Un freddo pauroso ed allusivo di indicibili mostruosità, ma non così visionario, è l’aura che segue il dottor Muñoz, raccapricciante protagonista di Aria fredda, breve racconto di Howard Philip Lovecaft inserito nella raccolta Tutti i racconti 1923-1926 (ed. Oscar Mondadori 1990). L’incipit segue uno degli stilemi più collaudati per catturare un/a lettore/lettrice, che si potrebbe chiamare modello delle spiegazioni ; dice infatti Lovecraft: Voi volete che vi spieghi perché ho paura di un soffio d’aria fredda: perché, quando entro in una stanza gelida, mi senta più a disagio degli altri, per quale ragione provi nausea, addirittura ribrezzo, se il fresco della sera s’insinua nel tepore di un mite giorno d’autunno. [… om.]. La trama  utilizza una delle figure retoriche più care allo scrittore americano, il climax, disseminando qua e là indizi sempre più inquietanti e sempre più prossimi a quella che si rivelerà come l’orrenda verità finale, in un crescendo di angoscia e d’orrore. Questa sono infatti le ultime parole lasciate dal misterioso dottore poco prima della sua (letterale!) scomparsa: La fine è ormai arrivata. Niente più ghiaccio… l’uomo ha guardato ed è fuggito. Ogni minuto fa più caldo, i tessuti non possono reggere. Lei ha capito, immagino, … ciò che ho detto a proposito della volontà, dei nervi, del corpo ben conservato  anche dopo che gli organi hanno smesso di funzionare. L’idea è buona, ma non può durare in eterno. […om.] Perché gli organi non avrebbero funzionato più. Bisognava fare a modo mio, conservarmi grazie al freddo. Perché vede, diciotto anni fa io sono morto. [in corsivo nel testo].

Gelo. Sì, il gelo della solitudine, della spersonalizzazione, dell’essere niente e non avere prospettive. Il gelo dell’inutilità, della solitudine,  della fatica di sopravvivere giorno dopo giorno, ora dopo ora, è questo il freddo che trapela da La donna col renard di Violette Leduc (ed. Feltrinelli 1972): la protagonista, un’anziana signorina che tutti i giorni vaga dalla sua mansarda ai corridoi della metro, ha un’unica amica: una coda di volpe (il renard) raccattata nei rifiuti, che la ripara in qualche modo dal freddo ed alla quale lei parla, in un colloquio/soliloquio allucinato e tremolante. La vita, quando ci si vuol dare la pena di riflettere, è un palazzo di ghiaccio. Mendicate e pattinate. Pattinate e mendicate. “Questa sera ceneremo, piccolo mio, ti sorriderò e tu riderai.” Questo animale, che dicono furbo, furbo non lo è stato mai. E’ il suo piccolo-piccolo. Gelato il paesaggio e gelide le due solitudini che si sommano in Gelo di Thomas Bernhard (ed. Einaudi 1986), romanzo diviso in 27 giorni e 6 lettere, dove uno studente di medicina viene spedito in alta montagna a studiare il comportamento di un insolito pittore, Strauch, con il quale compirà lunghe passeggiate attraverso una natura resa pietra dal freddo, ascoltandone gli ossessivi monologhi, con lo scopo di esplorare l’inesplorabile, […om.] in questo spazio nel quale improvvisamente il bianco e il  nero urlavo stravolti allo stesso modo bestiale.

E voi, siete freddolosi?

Proprietà dell'articolo
autoreMaria Elena Roffi
creatogiovedì 16 gennaio 2003
modificatogiovedì 16 gennaio 2003