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Maestri inetti, scolari cattivi

… ma è davvero così ?

Questo il titolo (ma non il sottotitolo, che ho aggiunto io) del capitolo sedicesimo di Enrico il verde di Gottfried Keller, romanzo autobiografico di formazione uscito tra il 1854 ed il 1855 (ed. Einaudi 1992) all’interno del quale viene descritto accuratamente il primo autentico caso di mobbing della storia: Nella nostra scuola c’era, tra gli altri, un insegnante che […] aveva partecipato valorosamente alla lotta da cui era conseguito il rivolgimento politico e specialmente il nuovo ordinamento scolastico, e nella nostra città conservatrice godeva della cattiva fama di liberale appassionato. […] Subito all’inizio dell’anno scolastico […] uno scolaro, figlio di un “cittadino” fanatico, dandosi arie d’importanza diffuse tra noi la notizia che il maestro aveva giurato di domare con mano ferrea noi ragazzi aristocratici. […] Accettammo la  sfida e i più temerari iniziarono una resistenza organizzata, con piccole scaramucce di disturbo. Questo bastò a scombussolarlo. Invece di rintuzzare gli assalitori con il sarcasmo e la tranquilla risolutezza  del più forte, mise subito in campo i mezzi più pesanti, […] colpendo ciecamente ogni minima petulanza, ogni atto anche involontario con le pene più gravi ed efficaci che aveva a disposizione, cui di solito si ricorreva in casi rari. Così ai nostri occhi passò dalla parte del torto […]  E si continua così per l’intero capitolo, in un climax di persecuzioni mirate, più che a sconfiggere, a sgretolare del tutto l’insegnante, definito maldestro ed inoltre, altro gravissimo peccato, davvero imperdonabile insieme alla sua fede politica per quei tempi eversiva, d’aspetto gracile e strano. Sappiamo bene quanto l’aspetto esteriore conti sempre molto: forse se il poveretto fosse stato dotato di un’apparenza più massiccia non sarebbe poi stato costretto a pagare di persona, con il licenziamento e disagi fisici seri, una situazione che aveva potuto solo subire.

Ci sono maestri che soccombono e maestri che s’impongono, con metodi del tutto personali: il sistema di distribuire i posti nelle file di banchi sulla base dei voti era piuttosto diffuso, non solo in letteratura ma anche nella realtà (io ne so qualcosa: su tre file, in prima elementare mi trovavo sempre in quella di mezzo il che equivaleva a stare con i “senza lode e senza infamia”), per esempio sentiamo cosa ci racconta in proposito Roddy Doyle in Paddy Clarke ah ah ah! (ed. Guanda 1993): Ci stava interrogando sulla divisione in sillabe: sulla cattedra aveva il registro aperto. Ci segnava sopra tutti i voti che prendevamo, e le note, poi il venerdì chiudeva i conti, e in base ai risultati ci faceva cambiare il posto. Quelli con i voti migliori sedevano nei banchi davanti, vicino alle finestre: quelli con i voti peggiori finivano giù in fondo, vicino agli attaccapanni con i cappotti. […] Il guaio era che a quelli seduti in fondo gli toccavano le domande più difficili. Così per esempio invece di fargli sillabare undici parole di tre sillabe, Henno gliene chiedeva undici da sei sillabe, o anche dodici. Insomma, se finivi nelle ultime file era difficilissimo uscirne e il tuo destino era segnato. Il che può anche rappresentare uno stimolo a studiare di più: comunque, è palese una netta inversione di valori rispetto all’esperienza più consueta, laddove per tutti indistintamente i posti migliori sono quelli in fondo alla classe, e non quelli davanti. Ma diamo voce ad uno studente che conosciamo già, il solito Pel di Carota di Jules Renard (ed. Garzanti 1987), che per una volta si propone in veste di liceale non proprio bravissimo ed anche spiritoso, nel capitolo intitolato La penna, dove va in scena un incontro improvviso, durante l’orario scolastico, tra monsieur Lepic, il padre, Pel di Carota ed il fratello maggiore Felice; il signor Lepic s’informa sulla situazione a scuola, e chiede come va il greco. Risponde Pel di Carota: Dipende. La versione va meglio del tema, perché nella  versione si può indovinare. Mentre per ciò che riguarda il tedesco al padre che chiede notizie domandando Come ti sei classificato nell’ultimo componimento? Spero che tu non sia l’ultimo, il ragazzino dice, candidamente ma non troppo,  Bisogna pure che qualcuno lo sia.

Già: bisogna pure che qualcuno sia ultimo. E voi, in che fila vi trovate? Siete scolari o maestri?

Proprietà dell'articolo
autoreMaria Elena Roffi
creatogiovedì 27 febbraio 2003
modificatovenerdì 28 febbraio 2003