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Mari di carta

Itinerari d’avventura lungo le vie d’acqua

Gli avventurieri raccontati da  Emilio Salgari  in I pirati della Malesia (In: Tutte le opere; ed. Vallardi 1974) sono stati fra i primi ad essere mandati in onda dalla televisione italiana nella fascia pomeridiana destinata al pubblico infantile (si chiamava “La TV dei ragazzi”) in forma di sceneggiato a puntate, negli anni in cui erano presenti, oltre al Corsaro Nero ed al Corsaro Verde, altri personaggi storici e no, come Ivanhoe, cavaliere medioevale (serie tratta dal romanzo di Walter Scott), Penna di Falco capo cheyenne e naturalmente Zorro.

Ecco com’era l’ambientazione salgariana: Il mare della Malesia, sino allora terso come un cristallo, cominciava ad incresparsi come fosse scosso da una commozione sottomarina e a prendere una tinta plumbea che nulla prometteva di buono. All’est, verso la grande isola di Borneo, s’alzava una nube nera come il catrame, con le frange tinte di un rosso ardente, e a poco a poco oscurava il sole prossimo al tramonto. Per l’aria giganteschi albatros, in preda ad una viva inquietudine, svolazzavano sfiorando le onde ed emettendo rauche strida. Il significato simbolico dell’albatro è fin troppo noto: nella Ballata del vecchio marinaio di Samuel Taylor Coleridge, l’io narrante, il vecchio marinaio per l’appunto, è condannato a girovagare per sempre, senza meta e senza sosta, raccontando la vicenda drammatica di cui è stato protagonista e causa a seguito dell’uccisione, immotivata e nefasta, di un albatro.

E di valori simbolici è ricchissimo l’oceano, testimone di solitudini immense, di vita e di morte, di sfide gigantesche, tese allo spasimo: l’ossessione della Grande Caccia è il motivo conduttore di opere come Il vecchio e il mare, di Ernest Hemingway,  (ed. Mondadori 1988), e Moby Dick di Hermann Melville (ed. Frassinelli 1986); dal lungo racconto di Hemingway è stato tratto un film stupendo con Spencer Tracy nella parte del vecchio pescatore impegnato in un duello mortale con la sua preda, un enorme pesce:  “ “Pesce” disse il vecchio “Pesce, dovrai pur morire in ogni caso. Vuoi uccidere anche me? “. Così non si combina niente, pensò. Aveva la bocca troppo asciutta per parlare, ma ora non riusciva ad arrivare a prendere la bottiglia dell’acqua. Devo farlo venire vicino questa volta, pensò. Non ce la farò con molte altre svolte. Sì ce la farai, disse a se stesso. Ce la farai sempre. Alla prossima svolta l’aveva quasi preso. Ma di nuovo il pesce si rizzò e si allontanò lentamente. Mi stai uccidendo, pesce, pensò il vecchio. Ma hai il diritto di farlo. Non ho mai visto nulla di grande e bello e calmo e nobile come te, fratello. Vieni a uccidermi.

Al contrario del grande e tranquillo animale marino che ingaggia con il suo cacciatore una lotta mortale, Moby Dick, la balena bianca, è descritta come un mostro dotato per giunta di misteriosi poteri e protagonista di leggende favolose tra la gente del mare: Una delle idee balorde cui ho fatto riferimento […] era che Moby Dick fosse dotato dell’ubiquità, fosse cioè davvero stato avvistato in latitudini opposte nello stesso preciso istante. Ma anche tralasciando queste congetture soprannaturali, nella forma fisica e nell’incontestabile carattere del mostro c’era quanto bastava  per colpire l’immaginazione con efficacia non comune: […] la caratteristica fronte rugosa e di un candore niveo oltre ad un’alta gobba bianca di forma piramidale: queste erano le caratteristiche […] grazie alle quali […] rivelava la sua identità. Il resto del suo corpo era talmente striato, maculato e screziato con lo stesso colore da sudario che aveva finito col guadagnarsi quel nome speciale di Balena Bianca, […] letteralmente giustificato dal suo aspetto lucente, quando lo si vedeva scivolare in pieno pomeriggio attraverso un mare di un azzurro profondo, lasciandosi dietro una scia di schiuma cremosa come la via lattea e tutta punteggiata di bagliori dorati.

In realtà il tratto più saliente di Moby Dick, ciò che ne umanizza perfidamente la figura, è la sua malvagità intelligente e inaudita, che mette in atto contro gli equipaggi fingendo improvvise ritirate che terminano con micidiali attacchi a tradimento. E che dire di un’autentica biblioteca sottomarina? E’ quella collocata sul sommergibile Nautilus del capitano Nemo in Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne (ed. Fabbri 1999), perché in effetti per leggere“Dove si può trovare una solitudine maggiore, un silenzio più tenace?” Quei libri, prosegue il capitano, “sono i soli legami che mi uniscono alla terra”.

Leggere si può,… sempre …   

Proprietà dell'articolo
autoreMaria Elena Roffi
creatolunedì 19 maggio 2003
modificatolunedì 19 maggio 2003