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Nasce Ancora Tra Allusive Luci Evanescenti ?

…forse…

Nei pressi delle festività stiamo per parlarvi non esattamente del Natale, quanto piuttosto di un biancore che al Natale si associa da sempre, per lo meno nelle nostre fantasticherie e/o memorie: Neve è infatti il titolo di un ghiacciato e cristallino romanzo di Maxence Fermine (ed. Bompiani 1999), con il sottotitolo “e si amarono l’un l’altro sospesi su un filo di neve”: un racconto d’iniziazione, così lo definisce Le Figaro litéraire sul verso di copertina.

I primi sette dei 54 capitoli in cui il racconto si suddivide sono preceduti da una composizione poetica giapponese che si chiama haiku, una poesia che rispetta il vincolo di essere costruita su tre versi e diciassette sillabe: un po’ da profana, mi sono chiesta se il conteggio viene fatto sulla base degli ideogrammi, perché mi pare complicata la cosa. Del resto, l’autore del libro è francese, e di lui si sa pochino, solo che vive tra le nevi dell’Alta Savoia, aveva trent’anni nel 1999, e che questa è la sua prima opera.

Il bianco è comunque la tonalità dominante fra  queste pagine: bianca è la neve che per Yuko Akita, il protagonista, è una poesia di un candore smagliante mentre per suo padre il candore rappresenta un aspetto negativo: E’ bianca, pertanto è invisibile e non merita di essere; bianca è la luna piena che le nuvole, bianche anch’esse, oscurano mascherando il cielo numerose come guerrieri, vero e proprio esercito della neve, la notte in cui Yuko non rientra a casa; bianchi i petali dei fiori di ciliegio che Yuko osserva, e respira, durante la primavera in cui non scriverà un solo verso.

Bianca è anche la scrittura di Yuko sino a quando, grazie al saggio  maestro Soseki che gli insegnerà il colore, le sue poesie incominceranno ad avere una tinta diversa da quella della neve, segno inequivocabile che Juko era diventato un poeta compiuto. Anche se la distesa del suo cuore rimaneva stranamente intrisa di candore.

Ed alla fine bianco, anzi argenteo, sarà il fiume che vedrà celebrarsi le nozze del protagonista con la figlia del maestro, e non d’inverno ma ai primi dell’estate: così si spiega il sottotitolo, che è anche l’ultimo capitolo, il cinquantaquattresimo. Di tonalità opposta è invece la narrazione del Natale di Kees Popinga, protagonista delL’uomo che guardava passare i treni, di Georges Simenon (ed.Adeplhi 1986, tit. originale: L’homme qui regardait passer les trains, del 1938): il quarto capitolo s’intitola infatti Come Kees Popinga trascorse la notte di Natale e come, sul far dell’alba, scelse un’automobile di suo gradimento.

Kees Popinga, mai sentito nominare? E’ un altro personaggio assolutamente normale, comune, di quelli che proprio s’incontrano tutti i giorni, ovunque, come solo Simenon, che è un vero maestro per ciò che riguarda questo genere di ritrattistica, sa dipingere con rara efficacia. E’ proprio questa normalità che a un certo punto entra in rotta di collisione col resto del mondo, escludendo Popinga da sé stesso prima ancora che dal genere umano nella sua totalità; dal preciso momento in cui il nostro personaggio chiude la porta alle sue spalle, una sera, capita di tutto: omicidi, terrore, sogno ad occhi aperti ma anche una grande chiarezza interiore e, sopra ogni altra cosa, la grande regina, la Solitudine.
Mai Popinga avrebbe immaginato un Natale altrettanto gramo, e allo scoccare della mezzanotte attese invano il suono delle campane. Dovette accontentarsi di un ubriaco che, alzandosi in piedi, intonò un canto di natale di cui conosceva solo metà della prima strofa. 

Frizzante come champagne è invece Spìpany Spinny, co-protagonista di un romanzo, Il Diario di Mela, per ora solo video-scritto da Novella, 13 anni: la sua caratteristica principale è costituita dal bizzarro linguaggio con cui si esprime, costruito per sinonimi fantasiosi, spesso azzardati ed arbitrari, che ne fanno una figura assolutamente sopra le righe. Ecco una breve descrizione del suo pranzo natalizio fatta da Novella: 
 […]Io ho spiluzzicato arrostito di verro con tuberi commestibili al forno serviti in una sottocoppa addobbata a mano; eravamo provvisti di gotti di lastra, tovaglia di seta cerulea e coperto d’argento. Abbiamo ingollato ubriachezza e gassoso.[…] Ho riscosso alcune strenne: tre monili di carbonii cristallizzati e tre pullover di pelo, uno livido e uno mogano chiaro. Poi mi hanno elargito un imminente cellulare.

Il Diario di Mela è un progetto a due ideato e gestito da Novella e dalla sua amica Alesandra; entrambe scrivono un proprio Diario  elaborando autonomamente trame e personaggi, e confrontando poi fra loro le pagine scritte da ciascuna.

E la vostra scrittura,di che colore è? Siete come Yuko, come Kees o come Spìpany Spinny?

Proprietà dell'articolo
autoreMaria Elena Roffi
creatomercoledì 18 dicembre 2002
modificatomartedì 7 gennaio 2003