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Fra sE’ … e sE

..romanzi di (de)formazione…

Costruirsi, fabbricare la propria identità, in un’arrampicata solitaria o in una circumnavigazione con la compagnia di un equipaggio, è l’area di quel genere letterario che si definisce  per l’appunto romanzo di formazione. Questo processo non è però interpretato e vissuto da una folla di personaggi tutti uguali, quanto piuttosto da una miriade di individui dissimili fra loro: ed ecco quindi che la formazione, di riflesso, non potrà che seguire cammini differenti.

Santiago, il protagonista del romanzo L’Alchimista di Paulo Coelho, (ed. Bompiani 1998) e la piccola Doris (Lessing), la bambina cui nessuno aveva pensato di dare un nome perché la madre era sicurissima che sarebbe stata un maschio, sono i due poli fra cui si snoda il filo sottile del ricordo e della ricerca dell’Io.

Ma se il ragazzino di Coelho attraversa il suo viaggio serenamente avventuroso con lo spirito di chi progredisce ed impara, Doris Lessing nel suo romanzo breve, Mia madre (ed. Bompiani 1988; ma il titolo originale suona Impertinent daughters. My mother’s life, e cioè Figlie ribelli. La vita di mia madre) descrive un percorso che anziché in avanti è a ritroso, eppure resta ancora sospeso, in equilibrio tra ricordo e formazione del Sé, tra rancore presente e memoria di un’infanzia sofferta, che è una crescita continuamente oscurata dall’ombra lunga della madre e del fratello minore, lui sì desiderato ed aspettato e con un nome pronto, a  differenza di lei.

Non può non venire in mente, ancora una volta, proprio lui, il Pel di Carota di Rénard, come Doris sprovvisto di un nome che lo qualifichi agli occhi dei genitori, anonimo a sé stesso, bambino di cui mai sapremo il nome mentre per lo meno Doris ne ha uno, attribuitole dal medico che l’ha aiutata a venire al mondo.

Ecco perché parliamo di itinerario de-formante, per il suo snodarsi lungo sentieri spinosi, irti di rinunce spesso inconsapevoli: al nome, ad un reale affetto materno, alle infinite potenzialità di un legame complice fra fratelli. Dice Doris della madre:

Come poteva stare lì, col suo solito sorrisetto risoluto sulle labbra e i suoi modi spicci, a dirmi in faccia che, in primo luogo, io non ero desiderata; che dopo quel lungo travaglio, scoprire che ero una bambina era stata una delusione quasi intollerabile; che per me non aveva latte e mi avevano dato subito il biberon e io ero quasi morta di fame e non avevo fatto altro che strillare per tutto il primo anno di vita perché lei non si era accorta che il latte delle vacche persiane era meno nutriente del vero latte inglese; che ero stata una neonata incredibilmente difficile da trattare e poi una bambina impossibile, tutto il contrario del mio fratellino Harry, che era sempre tanto buono. E così lasciava la bambinaia ad accudirmi, e di Harry, invece, si occupava lei.

Eppure, nelle fotografie che la ritraggono con genitori e fratellino, lei sorride. Sorride sempre. Ma perché? Con il romanzo autobiografico di Doris Lessing siamo ad un crocevia: da un lato si diparte la strada che porta alla saga familiare al femminile, penso ad esempio al recente Le figlie di Hanna di Marianne Fredriksson (Longanesi 1998), lungo racconto di generazioni, il cui inizio è davvero suggestivo (ed è anche il motivo per cui ho deciso di leggere questo libro):

La sua mente era limpida come una giornata d’inverno, una giornata silenziosa e senza ombre dopo una nevicata. Suoni aspri vi penetravano, il fragore dei recipienti di metallo lasciati cadere dalle infermiere durante il giro in reparto. E  le grida. Queste cose la  spaventavano.

Mentre dall’altro c’è la discesa nel maelström, nel gorgo della follia; per stare nel solco della narrazione al femminile ho scelto un passo da La fossa dei serpenti di Mary Jane Ward (qualcuno ricorda Elizabeth Taylor nel film omonimo?):  Si rialzò i capelli sulla fronte: niente boccoletti infantili in questi capelli qui. Star senza occhiali ti fa sentire come se il cervello non potesse funzionare. I suoi pensieri sembravano confusi come la vista. Raddrizzò la schiena. Non bisognava dare in escandescenze. Quando abbassò le mani si accorse che tremavano. Ho paura. Chissà perché. Ho terribilmente, terribilmente paura.

Siete anche voi figli/e impertinenti? Attenzione, potreste fare una brutta fine…

Proprietà dell'articolo
autoreMaria Elena Roffi
creatolunedì 9 dicembre 2002
modificatomartedì 7 gennaio 2003