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Per rabbrividire un po'...
in mezzo a questo caldo torrenziale
“Un’apparizione è la presenza d’una persona o d’un oggetto contro le leggi di natura, per esempio l’apparizione di un morto, di un angelo, di un demone, […]i demoni e gli spettri compaiono di notte piuttosto che di giorno, e di preferenza la notte del venerdì o del sabato […] L’aspetto degli esseri celestiali è consolante, quello degli arcangeli terribile, quello degli angeli meno severo, quello dei demoni spaventevole […]”.
Chi ci sta parlando è monsieur Collin de Plancy, che nel 1826 pubblica a Parigi il suo Dizionario infernale ovvero biblioteca universale successivamente tradotto in italiano (ma in realtà completamente rifatto in una versione resa accettabile per il cattolicesimo) da C.A. Valle: si tratta di un’opera singolare, che alla materia scottante (per quei tempi: anche se non c’erano più roghi che bruciavano in giro per l’Europa era sempre rischioso avventurarsi su sentieri pericolosamente vicini all’eterodossia) unisce una meticolosa cura nomenclatoria, nonché alcune autentiche chicche editoriali, come (nell’edizione francese) l’autentico patto siglato da Urbain Grandier (il protagonista di I diavoli di Loudun di Aldous Huxley, ed. Mondadori 1998) con i demoni, manoscritto in originale dai medesimi e tradotto in latino dall’autore del dizionario.
Il sinistro documento si apre con queste parole (nella traduzione latina): Nos praepotens Lucifer, juvante Satana, Belzebub, Leviathan, Elimi, atque Astaroth, hodie habemus acceptum pactum foederis Urbani Granderi qui nobis est, e si conclude con una corretta formula cancelleresca, che evidentemente usava molto anche negli inferi: Factum in inferis inter consilia demonum. Sigilla posuere magister diabolus et daemones principes domini. Conclude siccome suole il solerte ed ovviamente diabolico scrivano Baalberith scripsit.
La paura dei demoni, degli esseri che tornano dall’al di là, o che dall’al di là direttamente provengono, è collegata all’universale paura delle tenebre e della morte, il cui colore elettivo è il nero: colore che di per sé evoca angoscia. Il crepuscolo è l’ora in cui il demonio, sotto qualunque sembianza, esce fuori dai recessi consueti in cui lo confina la tradizione ed abita l’oscurità impadronendosi di corpi ed anime degli umani: nella densa notte ogni rumore assume una qualità sinistra, gli occhi brillano di più, i denti stridono. La notte è anche una massa informe/deforme di innominabili brulichii, concetto che suscita ribrezzo e si associa immediatamente all’informe ed al caos.
“La madre aveva già chiuso la porta di strada con due spranghe incrociate, per impedire al diavolo, che nelle notti di vento gira in cerca di anime, di penetrare nelle case”, dice Grazia Deledda ne La madre (ed. Mondadori 1999), romanzo intenso giocato sui registri cromatici del nero e della notte, al centro del quale sta Paulo, figlio della madre che dà il titolo all’opera, sacerdote in un piccolo paese della Sardegna, lacerato da un amore profano e quindi sacrilego per Agnese, una sua parrocchiana.
Ed il tema funereo del nero e del révenant, di colui che torna, ricompare nel racconto Ombra, di Edgar Allan Poe (in: Opere scelte, ed. Mondadori 1995), che ha per sottotitolo Parabola, e che inizia con una poesia: Voi che leggete / siete tuttora tra i vivi; / ma io che scrivo avrò da tempo percorso la strada / che conduce alla regione delle ombre. / Poiché strane cose accadranno, / e si sveleranno segreti, / e secoli trascorreranno / prima che queste righe siano viste dagli uomini. E, allora, / taluni non crederanno, / altri dubiteranno, / ma alcuni troveranno molto da meditare / nelle lettere che qui incido con stilo di ferro.
Il racconto, brevissimo, è tra i meno noti dello scrittore americano e narra dell’apparizione di uno spettro il cui nome è Ombra, al termine di una sorta di banchetto blasfemo intorno al cadavere del giovane Zollo, morto di peste; l’io narrante, Oinos, (=vino, in greco) alla fine del racconto interroga lo spettro sul suo essere e la sua provenienza ed ottiene la risposta che il lettore a questo punto s’immagina, e cioè che si tratta di un fantasma.
Ma non è questo il vero colpo di scena; la vera, stupefacente sorpresa è la voce con la quale Ombra parla, che non era la voce di un essere solo, ma di una moltitudine, e variando cadenza di sillaba in sillaba, torbidamente colpiva le nostre orecchie con gli accenti indimenticabili e consueti di mille e mille ormai scomparsi amici.
Verrebbe bene anche in un film …
| autore | Maria Elena Roffi |
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| creato | giovedì 19 giugno 2003 |
| modificato | lunedì 23 giugno 2003 |

