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La solitudine dei piatti fondi

…Fare finta di essere come gli altri…

Quando m’è capitato fra le mani  Le ricette di Pepe Carvalho, di Manuel Vàzquez Montalban (ed. Feltrinelli 1994) sono andata subito, come sempre del resto, a cercare l’incipit del libro per leggerlo:  devo ammetterlo, ho in antipatia le introduzioni anche se, come in questo caso, sono dello stesso autore. Perché mi sembrano comunque una perdita di tempo. Così, la salto a piè pari e m’imbatto in una pagina con un titolo: Le minuzie del quotidiano. Sfoglio e vedo: Pane e pomodoro; e dopo Panino di pesce “Señora Paca”; e ancora Patate raggrinzite con salsine, e molti altri piatti. E’ proprio uno di quei casi in cui, prima ancora dell’inizio di un libro, bisogna correre a leggere l’indice: ed è lì che troviamo La solitudine dei piatti fondi, che segue le citate Minuzie del quotidiano,  e precede La cucina dei peccati veniali, nonché La cucina dei peccati mortali.

Insomma, questo libro è organizzato come un menu, dalle entrées ai dolci (Titolo della sezione: Mangiare è innocente): ciascuna sezione, dotata di un titolo proprio, riporta svariate ricette tratte dai romanzi che vedono protagonista il detective creato da Montalbàn e precedute da un brano narrativo del romanzo stesso che in un certo senso serve a creare l’atmosfera adatta.

Ho letto in lungo e in largo la seconda parte, quella per l’appunto che fa riferimento ad una presupposta solitudine dei piatti fondi, ed ancora mi sto domandando il perchè di quell’intitolazione: se un piatto fondo, una fondina insomma, è vuota, sicuramente evoca pranzi solitari ed un po’ malinconici, magari non proprio gustosi, ma se è piena di buon cibo come quello che Pepe Carvalho propone, vale ancora il concetto di solitudine?

Come preambolo alla prima ricetta, il Pentolino di alcoi, piatto a base di maiale (testina, piedino e codino), salsicce, rape, ceci, riso e cipolle (insomma una cosetta leggera) c’è un brano tratto da Storie di genitori e figli, che si conclude con questa frase:  E una volta uscito, la  discesa della strada lo portò fino in calle Botella, la sua stessa strada, [..], e rimase per un po’ a spiare il balcone di quella che era stata casa sua, dal quale penzolavano lenzuola che non erano sue [il grassetto è mio, n.d.r.], panni che non erano dei suoi genitori, tovaglie che non erano della sua tavola, tutti quanti appesi da mani che non erano di sua madre, e qualcosa che somigliava all’angoscia gli fece chiudere gli occhi. E bisogna dire che sì, qui un’immersione nella solitudine dei piatti fondi, abbandonati, vuoti da tempo immemorabile, polverosi e rovinati dagli anni, mai più usati, si avverte.

Ed a proposito di incipit, di inizi: sentite un po’ questo: ELEMENTI. Formaggio. Sogno caseario. Film caseario. Impresa casearia. Giornata casearia. Guerra del formaggio. Miniera casearia. Universo caseario. […] Romanzo caseario. Mangiatori di formaggio. Gente del formaggio. […] Disgrazia casearia. Testamento caseario. Bizzarria casearia. Muro di formaggio. E ancora avanti con sintagmi caseari sino al conclusivo e lapidario Ferita casearia. Si tratta di, manco a dirlo,  Formaggio olandese, di Willem Elsschot (ed. Iperborea 1992: ma l’originale in neerlandese, dal titolo Kaas, formaggio, è del 1933), un romanzo giocato in apparenza sul registro umoristico, dove il protagonista, Laarmans, prende la decisione di lasciare un modesto lavoro d’impiegato per buttarsi nella rischiosa impresa di diventare rappresentante di una ditta di formaggi e fallisce a causa di due sue incapacità costituzionali: quella di essere all’altezza delle ipocrisie altrui,  e quella di scegliere sempre le maschere sbagliate per recitare comunque il ruolo che la società gli impone.

E’ in realtà un sarcasmo molto amaro quello che attraversa le pagine di questo libro, amaro come il formaggio che lentamente ammuffisce nella cantina di Laarmans, che nel primo capitolo ci racconta l’ultimo periodo della vita di sua madre, da poco mancata:
Sembrava afferrare che ci fosse qualcosa da capire, si protendeva sulla sedia e mi fissava con il volto contratto e le vene delle tempie dilatate: come una lampadina che sta per spegnersi e minaccia di esplodere in segno d’addio. Dopo un attimo la scintilla tornava ad estinguersi e lei sorrideva in un modo che andava al cuore. Se insistevo troppo s’impauriva.

E voi, a cosa pensate quando mangiate da soli? Alla solitudine dei piatti fondi?

Proprietà dell'articolo
autoreMaria Elena Roffi
creatogiovedì 12 dicembre 2002
modificatomartedì 7 gennaio 2003