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Il viaggio di/verso

Esplorare mondi, esplorare libri. Esplorare.

Qui c’è un soggetto (il viaggio DI…), una destinazione (VERSO…), e un viaggio insolito (DIVERSO): e con un gioco di parole si apre un sentiero [sic!] tra i libri che parlano di viaggi, un viaggio nei viaggi, insomma. I luoghi ed i personaggi di un lontanissimo da ogni dove, che può anche essere un inquietante ed impenetrabile Altro-da- sono i protagonisti di In Patagonia, di Bruce Chatwin, romanzo che è diventato l’archetipo del Viaggio con la V maiuscola: dalla nebbia rossastra che affiora sulla copertina dell’edizione Adeplhi (avete mai osservato le copertine dei libri facendo attenzione al rapporto con i contenuti? Io sì) emergono palmi di mani spalancate premute verso lo sguardo di chi legge, in un’immaginaria, spettrale vetrina dalla quale si fa fatica a staccarsi.

 

Il viaggio come soggetto autonomo, il viaggio in sé: nel Moby Dick, di Hermann Melville (ed. Frassinelli 1996) attraverso l’ossessione di Achab per la balena bianca si delinea il tema del viaggio come “principio di unità, materia delle peripezie, ritmo; e si intuisce che l’autore pensa ad un altro viaggio, quello dell’essere umano nel corso della propria esistenza” (Donatella Capodarca, I viaggi nella narrativa, ed. Mucchi 1994); del resto, i viaggi per mare, forse ancor più di quelli per  terra, hanno da sempre fornito ampi spunti romanzeschi, e fra questi la traversata solitaria degli oceani rappresenta la quintessenza degli itinerari simbolici.

 

Anche qualche donna si è cimentata in questi percorsi: in Lungo la rotta dei clipper (AA.VV:, ed. Mursia 1968) al cap. III, Solitari, vengono riportati ampi stralci del diario di bordo di Ann Davison, l’unica donna che, nel 1952, ha attraversato un oceano da sola con un’imbarcazione a vela, il Felicity Ann, salpando da Plymouth per approdare ad Antigua, nelle Indie Occidentali, dopo ventinove giorni di navigazione. Questa è la sua voce:

Vi erano magnifiche notti grigio perla di un particolare luminosità ed ispiranti riposo che erano la manifestazione fisica della contentezza. Vi erano albe di una tale cristallina chiarezza ed antica bellezza che uno poteva dimenticare qualsiasi pensiero […] Vi erano tramonti così orribili quando un sole color arancione scendeva giù lungo un cielo nero e rosso sangue per coricarsi in un mare color piombo […]” Ma Ann è molto attenta, com’è logico, anche all’aspetto tecnico della sua impresa, vale a dire ai calcoli di navigazione: “Il tempo tranquillo mi diede molte possibilità di far pratica di navigazione astronomica, e passai ore ad osservare ed a scarabocchiare piccole somme e tracciare linee di posizione sulla carta […].”

 

Viaggi di carta, viaggi d’acqua: lungo linee fluviali, questa volta: Yuruparì. I flauti dell’anaconda celeste (di Danilo Manera, ed. Feltrinelli 1999) narra un’avventura vissuta tra i fiumi, le foreste, i miti, i personaggi della regione colombiana denominata Vaupès, angolo remoto dell’Amazzonia dove echeggiano i flauti di palma che accompagnano la più intensa danza della memoria indigena: “La canoa descrive una serpentina interminabile sul percorso lento del fiume, accarezzando la foresta lungo le rive inondate, una accesa dal sole che carica di gialli la moltitudine dei verdi e l’altra scura di ombre brune, entrambe riflesse nella mobile striscia azzurrata dove il doppione del cielo luminoso è tagliato da un luccichio di spruzzi al passaggio del nostro albero cavo, quasi immerso nella corrente. […]”

 

Non fiumi ma strade, vicoli, mercati, case, folla: questa l’India di cui ci parla Pier Paolo Pasolini, che in L’odore dell’India rievoca, attraverso un diario di viaggio intensamente vissuto, le sensazioni forti e crude che rimandano a chi legge l’odore spietato dell’esistenza, là dove questa è più difficile e l’orrore è quotidianità. Questa la frase posta in epigrafe al libro: “Penoso stato di eccitazione all’arrivo. La Porta dell’India. Spaccato, naturalmente fantasmagorico, di Bombay. Una enorme folla vestita di asciugamani. […]”

 

E’ alla fine doveroso, anche se banale, nominare almeno quel certo Ulisse che, un po’ d’anni fa, fece un viaggetto altrettanto avventuroso e abbastanza pericoloso, raccontato dal suo amico Omero attraverso le parole d’Ippolito Pindemonte: “Musa, quell’uom di multiforme ingegno / dimmi, che molto errò; poi ch’ebbe a terra / gittate d’Iliòn le sacre torri, / che città vide molte, e delle genti / l’indol conobbe, che sovr’esso il mare / molti dentro del cor sofferse affanni, […]

 

Pronti/e a partire? Allora, prendete un libro!

 

Proprietà dell'articolo
autoreMaria Elena Roffi
creatomartedì 29 aprile 2003
modificatomartedì 29 aprile 2003