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Biblioteche d'inverno

Quattro stagioni per leggere: seconda stagione.

Uno dei Racconti d’inverno di Karen Blixen (ed. Adelphi 1980) è Il bambino che sognava: Jens, questo il suo nome, è Il Sognatore, colui che sogna cose reali e così facendo ri-conosce cose e persone che non ha mai visto prima, in un andirivieni incessante tra invenzione e autenticità. Adottato da una facoltosa coppia danese senza figli, all’inizio della stagione fredda Jens pare chiudersi profondamente in se stesso, quasi ”ripiegasse le ali”, e racconta alla madre, Emilie, i ricordi (ma sono ricordi?)  legati alla sua precedente vita nella casa di Madame Mahler la lavandaia, ricordi invernali: “Sai mamma, in casa mia c’era una finestra rotta dal vento e sotto, sul pianerottolo, c’era sempre un mucchio di neve alto quanto me.”  La storia ha un finale triste, perché alla fine di marzo, “come un piccolo ruscello che si getti nell’oceano, Jens si abbandonò alla sconfinata, definitiva unicità del sogno, e se ne lasciò sommergere.”: il bambino muore, non si sa bene di cosa, semplicemente appassisce, e ad nulla servono i medicamenti somministratigli. E nel finale Emilie, dopo un lungo periodo di assoluto silenzio, decide di parlare a Jakob, il marito, e lo fa nel più sconvolgente dei modi: sostenendo cioè che Jens era davvero figlio suo, nato da una precedente relazione con un ufficiale di marina. Di fronte all’evidente perplessità del marito, lei ribadisce con forza la necessità di essere creduta. “Sì mia cara, è proprio vero.”  conclude Jakob, lasciandoci nel dubbio.

 

Ancora neve ad incorniciare l’ultimo dei racconti dell’antologia, Un racconto consolatorio: ambientato in un caffè parigino e basato su di una lunga narrazione in flashback, ha come protagonisti Charles Despard, scrittore, ed Aeneas Snell, l’amico che racconta; i due s’incontrano in una fredda sera invernale: “Fuori nevicava. I passi della gente non producevano alcun suono sul sottile strato di neve che copriva il marciapiede; la terra era muta e morta. Ma l’aria era intensamente viva.”  

 

E sempre neve e bambini troviamo in una bella fiaba popolare francese della regione del Limousine, Il bimbo di neve, (in: Fiabe e leggende di tutto il mondo. Fiabe francesi. Ed. Mondadori 1992) dove troviamo ancora una coppia senza figli ed un bimbo speciale, destinato per forza di cose ad una fine prematura:  “Il vecchio corse dalla moglie e disse: moglie, moglie, vieni fuori sulla strada e raduna un po’ di neve come fanno i ragazzi. Costruiremo un bambino di neve. Non abbiamo un figlio vero ma per qualche giorno avremo la gioia di averne uno di neve.”  E l’amore compie il miracolo: il pupazzo si anima, non solo, dimostra altresì di possedere qualità superiori: “Presto si capì che il bambino di neve era buono e nobile più di chiunque altro al mondo.” Ma alla fine, com’era da prevedersi, il suo destino si compie: trascorso l’inverno, arriva la primavera, e per celebrarla tutti i bambini del villaggio si riuniscono ed accendono un grande falò, poi vanno a chiamare il bimbo di neve perché giochi con loro, ed il bambino partecipa alle danze ed alla gioia della festa, ma quando tutta la catasta è bruciata ed il falò spento “di lui rimase solo un po’ d’acqua nelle mani dei suoi compagni.”

 

È Gennaio il protagonista di un’altra leggenda popolare, questa volta boema, intitolata I dodici mesi (in: Fiabe e leggende di tutto il mondo. Fiabe boeme. Ed. Mondadori 1995): qui i mesi sono persone reali, ed obbediscono tutti al loro capo, Gennaio, che più volte soccorre una povera fanciulla incaricata di vere e proprie missioni impossibili (trovare nel bosco viole e fragole in gennaio, per l’appunto) dalle solite, doverosamente perfide matrigna nonché sorellastra, comandando ai mesi fratelli (Marzo, Giugno, Settembre) di fornire alla ragazza i prodotti cercati, e punendo alla fine le cattive della storia con una bufera di neve perfettamente orchestrata da lui stesso: “Gennaio aggrottò la fronte e agitò la mazza sopra il capo. In quel preciso istante il cielo s’incupì, il fuoco si smorzò, la neve prese a cadere come piume da un piumino, e il bosco cominciò ad essere percorso da un vento gelido.”

 

E restiamo in una natura incantata, fra gli alberi ed i geni che popolano Il segreto del bosco vecchio di Dino Buzzati (ed. 1993): qui i venti cantano la loro canzone, l’ultima che il colonnello Procolo udrà prima di morire semisepolto nella neve: “Gli animali, sulla soglia del bosco, si ridestarono. I venti cantarono le antiche storie dei giganti che costituivano la parte più bella del loro repertorio. Queste storie non le conosciamo, ma si sa come riempissero chi le ascoltava di una grandissima gioia.” 

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autoreMaria Elena Roffi
creatogiovedì 11 dicembre 2003
modificatogiovedì 11 dicembre 2003