Le incredibili avventure narrate dalle catene di bugie pirotecniche inventate dal barone di Münchhausen disegnano un mondo iperbolicamente umoristico, che strizza l’occhio al lettore chiedendone la complicità nel fingere d’accettare per buoni gli eventi e le peripezie descritte dal romanzo, ma ci sono poi altri scenari menzogneri, alcuni ancora più assurdi ed inverosimili, anche se su di un altro piano, di quelli allestiti da Bürger: per esempio proviamo a considerare il cap. XXXVII dei Promessi Sposi, nel quale don Ferrante, da buon bibliotecario rigorosamente fedele ad Aristotele ed ai suoi insegnamenti, falsifica la realtà della peste con tale ineffabile sicumera da sostenere che, dal momento che il contagio non è né sostanza né accidente, non esiste: “His fretus, vale a dire con questi bei convincimenti, non prese nessuna precauzione contro la peste; andò a letto e morì, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle”. E’ una costante di tutto il romanzo del resto: se da un lato spesso i discorsi dei personaggi manzoniani vanno nella direzione dell’occultamento del vero, dall’altro accade con altrettanta frequenza di udire i medesimi profondersi in scuse per la propria incapacità o inadeguatezza ad esprimere ciò che conoscono.
Umberto Eco in Tra menzogna e ironia (ed. Bompiani 1998) analizza quella che definisce diffidenza (o meglio imbarazzo) di Alessandro Manzoni per il segno verbale nel contesto complessivo di quella che chiama una macchina linguistica che si celebra nel negarsi […om.] perché è racconto non di parole ma di azioni, e persino quando racconta parole le racconta in quanto hanno assunto funzione di azione. Volontà di ingannare o volontà di fare del male? Oppure entrambe? In fondo, a ben guardare Pinocchio non era poi un gran bugiardo, da questo punto di vista: nessuna scaltrezza come Odisseo, né funambolica costruzione linguistica sul modello goldoniano: le sue menzogne tuttavia hanno una caratteristica determinante che, suo malgrado, le annulla in partenza: si vedono. Sono vere bugie quelle che si autodenunciano in maniera tanto appariscente? L’intenzione di mentire c’è, ma l’effetto è assente proprio in virtù del naso che s’allunga, del segno visibilmente impresso sulla faccia del burattino e che non è possibile ignorare.
Marcel Proust nella Recherche (ed. BUR Rizzoli 1991) compie una ricerca sui motivi della menzogna nei suoi personaggi, e ciò che appare evidente è la contiguità di opposti moventi, la compresenza di attacco e difesa sullo sfondo di tutte le ragioni che inducono a dire il falso: si mente sia per bontà che per cattiveria, per nascondere e per apparire, per paura e per vanità, per gusto dei gesti volgari e per buona educazione. Dunque sono ammesse ed anzi coesistono tutte le motivazioni possibili, ed in questo contesto la simulazione si pone come modello esemplare di menzogna per tornaconto personale immediato: per esempio I simulatori di Anton Cechov (in: Racconti – vol.4 – ed.Einaudi 1974) sono malati immaginari per scelta, dal momento che orchestrano ingegnose menzogne strutturate in due tempi ai danni della dottoressa omeopatica Màrfa Petròvna: dapprima infatti fingono una malattia inesistente e conseguentemente ottengono una ricetta per medicamenti dall’ingenua Màrfa; successivamente fingono una guarigione miracolosa (da un male che non c’è e non c’è mai stato) e ritornano allo studio medico, profondendosi in lodi sperticate e, subito dopo, inanellando in modo poco appariscente una serie di richieste specifiche: sementi d’avena per seminare i campi, una vacca, una lettera di raccomandazione, della legna, il permesso di cacciare nei suoi possedimenti, e così via, che invariabilmente ottengono risultati positivi sinchè ad uno di loro cadono inavvertitamente dalla tasca proprio quelle pillole prodigiose ordinategli dalla dottoressa e di cui solo pochi istanti prima, genuflettendosi, aveva vantato le straordinarie proprietà pur non avendole mai inghiottite. Allora “… una nuova, diversa verità incomincia a suggerle il cuore. Una verità tutt’altro che gradita, anzi angosciosa… Sono scaltri, gli uomini!”