Per biblioteca s’intende tanto una collezione di volumi e documenti che il luogo ove tale materiale viene raccolto e conservato, e se pensate che occuparsi di libri per mestiere sia un lavoro sedentario state a sentire cosa dice Alberto Vigevani nel racconto Acrobazie in biblioteca (in: La febbre dei libri. Memorie di un libraio bibliofilo; ed. Sellerio 2000): “Su altissimi scaffali e oscillanti scale a pioli ho fatto dell’alpinismo, e del sollevamento pesi con i grandi in-folio che gli inglesi chiamano addirittura elephant-folio.” L’autore passa poi a parlare della biblioteca del barone Horace Landau Finaly: “Credo che, a cavallo fra Sette-Ottocento, alla biblioteca, che fasciava l’intero salone centrale della villa, alto non meno di tre piani di un palazzo normale, fu sacrificato un bosco di noci: allora non c’erano ancora gli ecologisti […] Portati a sporgerci per individuare volumi dai titoli spesso indecifrabili […] ci sembrava d’essere sulle coffe di un veliero, i cui alberi dondolassero nell’aria. Era rischioso quanto attraente vedere dall’alto per terra i mucchi di libri che i visitatori avevano lasciato.”
Anche Robert Musil in L’uomo senza qualità (ed. Einaudi 1969) descrive una biblioteca: nel romanzo il generale Stumm, che è alla ricerca dell’ “idea più bella del mondo” , decide di recarsi alla biblioteca nazionale dove s’incontra con il bibliotecario, il quale lo conduce nella stanza del catalogo: “[…] mi pareva di essere entrato nell’interno di un cervello: tutt’intorno nient’altro che scaffali con le loro celle di libri, e dappertutto scalette per arrampicarsi, e sui leggii e sulle tavole mucchi di cataloghi e bibliografie, insomma tutto il succo della scienza e nemmeno un vero libro da leggere, ma soltanto libri su libri: c’era davvero odore di fosforo cerebrale…”
Insomma, posti impervi dentro e fuor di metafora, le biblioteche, oppure, secondo un noto “luogo” comune, muffosi e stranianti, come ben sa per esperienzail protagonista ed io narrante de Il fu Mattia Pascal, di Luigi Pirandello (in: Tutti i romanzi; ed. Mondadori 1986): “Fui per circa due anni non so se più cacciatore di topi che guardiano di libri nella biblioteca che un monsignor Boccamazza nel 1803 volle lasciar al nostro Comune […] che […] i libri lasciò per molti e molti anni accatastati in un vasto e umido magazzino, donde poi li trasse, pensate voi in quale stato, per allogarli nella chiesetta fuori mano di Santa Maria Liberale […]. Qua li affidò […] a qualche sfaccendato ben protetto il quale, per due lire al giorno, stando a guardarli, o anche senza guardarli affatto, ne avesse sopportato per alcune ore il tanfo della muffa e del vecchiume.”
Hermann Melville inizia il suo Moby Dick (ed. Mondadori 1986) con un Prologo rivolto ad un “vice-vice-bibliotecario” che ha reperito tutte le testimonianze sulle balene raccolte tramite un’accurata selezionedi “tutte le bancarelle della terra”; arduo comunque il tentativo di classificazione dei cetacei, cui lo scrittore accenna in seguito, come riconosce Ishmael, il protagonista: “un compito pesante, ma io ho nuotato per biblioteche e navigato per oceani.”
Da luogo serrato su stesso, dimora stabile di ratti e muffe, a mare magnum del sapere e della conoscenza : non si può dimenticare in proposito la celebre biblioteca del Don Ferrante manzoniano (in: I Promessi Sposi, ed. Einaudi 1960), descritta nel cap.XXVII: “Don Ferrante passava di grand’ore nel suo studio, ove aveva una raccolta di libri considerabile, poco meno di trecento volumi: tutta roba scelta, tutte opere delle più reputate in varie materie, in ognuna delle quali era più o meno versato. […]” .
Nel XXII cap. Manzoni traccia na sintetica storia della fondazione della biblioteca Ambrosiana di Milano ad opera del cardinal Federigo Borromeo, illustrandone anche le modalità ed i criteri seguiti per la costituzione della dotazione libraria iniziale.
Nel cap. 9 de La camera di Jacob (ed. Mondadori 1996) Virginia Woolf narra eventi che si svolgono all’interno della sala di lettura del British Museum, scrutando attentamente i personaggi che vi si muovono: “Jacob trascriveva un intero passo di Marlowe. […] Miss Julia Hedge, la femminista, aspettava i propri libri. Non arrivavano. Intingeva la penna. […] Nessuno rideva, nella sala di lettura. Si mutava posto, si sussurrava, si starnutiva scusandosi, e all’improvviso echeggiava senza vergogna una desolante tosse. […]Era ora di chiudere. Il pubblico si affollava nell’entrata per ritirare gli ombrelli. […] L’ombrello si troverà di certo, ma questo vi trattiene per tutto il giorno fra […] ottavi, in-quarto, in-folio; vi immerge sempre più profondamente tra le pagine d’avorio e le rilegature di marocchino, in quella densità di pensiero, in quell’ammasso di onoscenza.”
E torniamo così a lambire le sponde del mare magnum.