“La sera, nelle strette vie della grande città, quando il sole tramontava e le nubi rilucevano come oro in alto tra i comignoli, si sentiva spesso, ora qui ora là, uno strano suono simile al rintocco di una campana, ma lo si udiva solo per un attimo, perché c’era sempre un gran rumore di carrozze e un gran vocio, e queste son cose che frastornano”.
La città si presta a fare da cassa di risonanza all’invisibile campana del bosco narrata da Hans Christian Andersen nel racconto La campana (in: Fiabe; ed. Einaudi 1992), ed almeno altre due fiabe della raccolta ci parlano di ambienti urbani: una è Il vecchio lampione, in procinto di lasciare per sempre il suo lavoro per comparire l’indomani in municipio, dove “avrebbero stabilito se mandarlo a illuminare un quartiere di periferia o una fabbrica di campagna; forse l’avrebbero mandato senz’altro in una fonderia per farlo fondere e in tal caso si sarebbe potuto fare di lui qualsiasi cosa, ma un dubbio lo tormentava: chissà se allora avrebbe serbato memoria di essere stato un lampione d’una via di città?”
La favolosa capacità che ha Andersen di rendere umani gli oggetti attribuendo loro pensieri ed emozioni emerge significativamente anche nella seconda fiaba, La vecchia casa, dove viene messo in luce un altro sentimento umano molto diffuso, l’ostilità di gruppo verso chi non si omologa:
“Le altre case della strada erano tutte nuove e linde, con grandi vetri alle finestre e muri intonacati; non ci voleva molto a capire che non volevano aver nulla a che fare con la vecchia casa; avevano l’aria di pensare: “Quanto tempo ancora dovremo sopportare quest’anticaglia, che è uno scandalo per la nostra via! E poi quelle finestre così sporgenti, che chi si affaccia non può vedere cosa succede da quella parte della strada! Quella scala larga come la scalinata di un castello e alta come un campanile! Quella ringhiera di ferro battuto che sembra il cancello di un sepolcro antico! Ci sono i pomi d’ottone, nientemeno! Che vergogna!”
E mentre a chi legge tutte le caratteristiche via via enumerate con disprezzo paiono invece altrettanti elementi di pregio, si capisce benissimo la critica implicita sottesa ai discorsi delle altre case, probabilmente invidiose ma comunque ignoranti. Le città più spaventose sono senza nome (La città senza nome di Howard Philips Lovecraft; ed. Mondadori 1989) ed ovviamente maledette: collocate in luoghi sinistri ed inospitali come il deserto sahariano, affiorano dalla sabbia come i pezzi di un cadavere potrebbero affiorare da un sepolcro inadeguato. Con questo racconto Lovecraft avvia l’indagine sotterranea in quell’orrore cosmico che rappresenterà per lui ed i suoi lettori un punto costante di riferimento: è infatti tra queste pietre corrose che parlavano di paura che farà la sua prima comparsa il terribile Necronomicon, antichissimo, spaventoso trattato di magia nera da molti ritenuto realmente esistente, ed i cui antecedenti vengono individuati, nell’Introduzione al racconto, in uno scritto di Pigafetta, il Regnum Congo.
Ma ci sono anche città invisibili (Le città invisibili, di Italo Calvino; ed. Einaudi) descritte da un Marco Polo mai esistito ad un altrettanto ricreato Kublai Kan, città che non compaiono su nessun atlante perché sono frutto di un’invenzione che passa dalle atmosfere orientali da Mille e una notte rintracciabili all’inizio a quelle contemporanee di un urbanesimo diffuso e divorante; città che nell’Indice troviamo invariabilmente unite ad un secondo termine che ne qualifica il profilo geografico ma soprattutto emozionale: Le città e…la memoria; il desiderio; i segni; gli scambi; gli occhi; i morti; il cielo; Le città sottili.
Se invece che alle combinazioni calviniane pensiamo a forme differenti di appartenenze troviamo altri tipi di città: La città delle bestie di Isabel Allende (ed. Feltrinelli 2002) ed il suo Popolo della Nebbia, ambientato nella jungla amazzonica; La città della luce di Lauren Belfer (ed. Mondadori 2000) ovvero Buffalo negli Stati Uniti all’inizio del Novecento, “città della luce” cioè della corrente elettrica per lo sviluppo dell’industria idroelettrica grazie alla quale acquista un ruolo economico di rilievo; e l’opposta La città delle ombre di Robert Wilson (ed. Rizzoli 2002) dove protagonista è una città europea in un periodo storicamente difficile, vale a dire la neutrale Lisbona del 1944, un universo parallelo dove è possibile nascondersi, stringere alleanze, negoziare trattative. [dal verso di copertina]. E per concludere c’è anche La città volante di Roberto Pazzi (ed. Baldini&Castoldi 1999), che narra la metafora di uno sradicamento impossibile, quello di un’intera città, staccata dalla crosta terrestre e sospinta dal vento tra le nuvole.