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Come la statistica fotografa la scuola italiana

Per valutare lo stato di salute della scuola italiana è necessario oggi prendere in considerazione molti dati ed elementi che variano da zona a zona

Per fare una fotografia sullo stato di salute della scuola italiana è necessario oggi valutare molti dati ed elementi che variano da zona a zona. Le politiche regionali ed il contesto culturale in cui operano gli insegnanti influiscono fortemente sui risultati scolastici che gli studenti possono raggiungere. Questo dato, per molti scontato, ha creato in passato delle vere e proprie “forbici” nell’offerta formativa e nel livello di preparazione raggiunto dagli studenti.

Differenze regionali che anche l’analisi del rapporto OCSE-PISA ha evidenziato. Nell’ultima rilevazione, l’Italia ha fatto segnare notevoli progressi rispetto alla rilevazione precedente per quanto riguarda la preparazione degli studenti in Lettura, Matematica e Scienze: l’Italia ha migliorato le sue posizioni rispetto al 2006, rimanendo sotto la media OCSE - che si è nel frattempo abbassata - ma avvicinandovisi. Dal punto di vista della media numerica il nostro Paese è tornato ai livelli del 2000, recuperando sui peggioramenti del 2003 e del 2006.

I DATI MATERIA PER MATERIA

Nel dettaglio, nella comprensione della lingua italiana l'Italia risale di sei posizioni nella graduatoria europea rispetto al 2006 con un punteggio medio di 486. In Matematica il Paese risale di tre posizioni rispetto al 2006 con un punteggio di 483 mentre nelle Scienze l'Italia risale di una posizione nelle classifiche europee con un punteggio medio degli studenti di 489.

Gli studenti dei licei fanno segnare buoni risultati collocandosi al di sopra della media nazionale e della media OCSE; anche gli studenti degli istituti tecnici sono al di sopra della media nazionale.

LE STATISTICHE REGIONALI

Per quanto riguarda le aree geografiche,  gli studenti dell'Italia settentrionale raggiungono i risultati migliori con punteggi ben al di sopra della media OCSE. Sono però gli studenti del Sud, in questa edizione dell'indagine, a registrare i progressi maggiori, riducendo il divario nei punteggi rispetto ai coetanei del Nord. Questo risultato è stato determinato anche dalle numerose iniziative, realizzate nel Mezzogiorno grazie all'impiego dei fondi Pon.

Tra le regioni, la Lombardia è quella che raggiunge i migliori risultati, superando la media OCSE in Lettura (522), Matematica (516), Scienze (526). Non meno significativo il dato della Puglia che, unica regione del Sud, ottiene risultati superiori rispetto alla media nazionale, recuperando solo in Matematica ben 50 punti. Campania, Calabria e Sicilia rimangono fanalino di coda mentre il Nord Ovest supera questa volta il Nord Est che era in prima posizione nel 2006.

L'Italia, che partecipa fin dalla prima edizione del programma, ha selezionato per la prima volta un campione di scuole rappresentativo di ogni singola realtà regionale, (incluse le due province autonome di Trento e Bolzano) e di ogni tipo di scuola (licei, istituti tecnici, istituti professionali, scuole medie, formazione professionale) per un totale di 1.097 istituti e 30.905 studenti. Nel corso degli anni il numero dei Paesi che partecipano all'indagine PISA è andato costantemente aumentando, passando dai 35 paesi del 2000 ai 74 di quest'ultima edizione; tra questi tutti e 34 i paesi membri dell'OCSE. L'aumento del numero dei Paesi si è accompagnato ad una crescita di interesse da parte del mondo della ricerca educativa internazionale.

In Italia, l’attenzione verso questa indagine si è di molto innalzata dal 2005 al 2010. La collocazione dei risultati PISA in Lettura e Matematica fra gli indicatori della qualità della formazione dei sistemi europei ha portato al loro inserimento fra le condizioni d’accesso ai finanziamenti del Fondo Sociale Europeo e questo ha fatto conseguentemente crescere fortemente l’attenzione verso questa indagine.

Il MIUR ha deciso nel 2009 di effettuare l’indagine OCSE-PISA su base regionale e non più su macroaree, come la Germania Federale ha fatto da sempre. Ciò permette di ottenere una graduatoria attendibile di tutte le regioni italiane e di avere una base-dati molto ampia che consente una comparazione completa.

GLI INVESTIMENTI NELL'ISTRUZIONE

I dati forniti dall’OCSE hanno preso in considerazione anche gli investimenti italiani nel campo dell’istruzione. L’Italia rimane agli ultimi posti per lo scarsissimo Pil destinato all’istruzione in rapporto al rendimento degli studenti che, secondo la ricerca (nella fascia di età compresa tra i 7 e i 14 anni) passano a scuola troppo tempo, circa 8.200 ore contro una media dei Paesi OCSE di 6.777.

L’Italia spende il 4,5% del Pil per l’istruzione contro una media dei Paesi OCSE del 5,7%, dove ai primi posti si piazzano Islanda, Stati Uniti e Danimarca. Peggio dell’Italia fa solo la Slovacchia con un 4%. Ogni alunno costa in media ogni anno 6.622 dollari (non molto lontana dalla media OCSE di 6.687 dollari).
L’Italia è inoltre ultima in classifica, per la percentuale di spesa pubblica destinata alla scuola, il 9% (rispetto a una media del 13,3), seguita da vicino da Giappone e Repubblica Ceca.

LE RETRIBUZIONI DEGLI INSEGNANTI

L’OCSE ha riservato una parte del suo focus anche alle retribuzioni degli insegnanti. In Italia un maestro guadagna poco più di 26.000 dollari l’anno a inizio carriera, contro una media di quasi 29.000. Alla fine della carriera, il suo stipendio sale a 38.381 dollari, ma la media nei Paesi Ocse, salita a 48.000 dollari, è quasi 10 mila euro in più. Lo stesso vale per il professore delle scuole medie (che guadagna tra i 28.098 dollari iniziali e i 42.132 di fine carriera) e per il docente delle superiori: quest’ultimo, tra gli insegnanti italiani, ha l’aumento più consistente, passando nel corso della carriera da 28.098 dollari a 44.041, ma la media dei suoi colleghi di altri Paesi passa da 32.500 dollari a oltre 54.700.

L'ISTAT E LA STRATEGIA DI LISBONA

Un’analisi approfondita del sistema scolastico italiano è fornita periodicamente anche dall’Istituto statistico nazionale, l’ISTAT.

L’indagine sull'istruzione, nel rapporto "Noi Italia" ha fatto riferimento in particolare agli indicatori adottati nella strategia di Lisbona e, successivamente, ribaditi in Europa 2020 dove sono stati definiti gli obiettivi strategici indispensabili a realizzare una crescita economica sostenibile.
Il rapporto dell’ISTAT ha messo in luce in particolare i trend sull’abbandono e la dispersione scolastica così come quelli sulla partecipazione.

La strategia di Lisbona ha posto, tra i cinque obiettivi da raggiungere entro il 2010 nel campo dell’istruzione e della formazione, la riduzione al 10% della quota di giovani che lasciano la scuola senza essere in possesso di un adeguato titolo di studio. L’obiettivo, non raggiunto, è ora riproposto nell’ambito della strategia di Europa 2020.
In generale, la scelta di non proseguire gli studi, spesso indice di un disagio sociale che si concentra nelle aree meno sviluppate, non è assente neanche nelle regioni più prospere, dove una sostenuta domanda di lavoro esercita un’indubbia attrazione sui giovani, distogliendoli dal compimento del loro percorso formativo in favore di un inserimento occupazionale relativamente facile.
In Italia, il fenomeno è in progressivo calo, ma presenta valori ancora lontani dagli obiettivi europei: nel 2009 la quota di giovani che ha interrotto precocemente gli studi è, infatti, pari al 19,2 %. L’incidenza degli abbandoni precoci è maggiore per la componente maschile rispetto a quella femminile.

Nel 2009 il valore medio dell’indicatore nell’Ue27 si attesta al 14,4 %. L’Italia si colloca nella graduatoria Ue27 nella quarta peggiore posizione, prima di Malta, Spagna e Portogallo. I divari rispetto ai valori medi europei appaiono più accentuati per la componente maschile (che registra un tasso di abbandono prematuro degli studi superiore di 5,7 punti) rispetto a quella femminile (+3,8 punti).

Il contenimento degli abbandoni scolastici e formativi è anche tra gli obiettivi considerati nella politica regionale unitaria del Quadro strategico nazionale 2007-2013 (Qsn). Nonostante i progressi registrati negli anni più recenti per la maggior parte delle regioni, soprattutto quelle del Mezzogiorno, il traguardo di Lisbona appare ancora lontano.
Il fenomeno nel 2009 coinvolge ancora il 23% dei giovani meridionali e il 16,5% dei coetanei del Centro-Nord. Le incidenze sono particolarmente elevate in Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna, dove almeno un giovane su quattro non porta a termine un percorso scolastico/formativo dopo la licenza media.
Quote elevate di abbandoni si riscontrano però anche in alcune aree del Nord (principalmente in Valle d’Aosta e nella provincia autonoma di Bolzano, ma anche in Piemonte e Lombardia, tutte con quote intorno al 20 per cento). Peraltro, nel periodo 2004-2009, la contrazione del fenomeno appare piuttosto forte soprattutto nelle regioni meridionali (con l’eccezione, in controtendenza, del Molise) nelle quali l’incidenza dei giovani che lasciano prematuramente gli studi è scesa di 4,8 punti, a fronte di un decremento di 2,8 punti nelle regioni del Centro-Nord. Tra queste ultime, i progressi maggiori in termini di riduzione degli abbandoni scolastici prematuri sono quelli della Provincia Autonoma di Bolzano.

IL TASSO DI PARTECIPAZIONE DEI GIOVANI AL SISTEMA DI FORMAZIONE

La partecipazione dei giovani al sistema di formazione anche dopo il termine del periodo di istruzione obbligatoria è considerato un fattore essenziale per garantire l’ampliamento delle conoscenze e delle competenze, preparare i giovani ad una più consapevole partecipazione sociale e facilitare l’apprendimento continuo anche nell’ambito della vita lavorativa. Il tasso di partecipazione dei giovani in età 15-19 anni è cresciuto nel nostro Paese fino a raggiungere l’82,2% nel 2008, mentre la partecipazione al sistema di formazione dei 20-29enni è pari al 21,3%.

Nei paesi Ue19 il tasso medio di partecipazione dei giovani in età 15-19 anni al sistema di istruzione è pari all’84,9%, mentre quello della fascia 20-29 anni supera di poco il 25%. In entrambi i casi, la partecipazione dei giovani italiani risulta inferiore, con il divario più consistente nella fascia 20-29 anni (rispettivamente 2,7 e 3,8 punti percentuali in meno), confermando un ritardo storico del nostro Paese. Nella generalità dei paesi considerati, più di 8 studenti 15-19enni su 10 partecipano al sistema di istruzione (più del 90% in Polonia e Belgio).

La partecipazione dei giovani al sistema formativo risulta, in entrambe le fasce considerate, più elevata nelle regioni del Centro (rispettivamente 85% e 27%) e più bassa nelle regioni del Nord-ovest (76,2% e 18,2%). Le quote di partecipazione sono tuttavia territorialmente molto differenziate, anche tra regioni della stessa ripartizione. In Emilia-Romagna e Abruzzo oltre l’85% dei giovani 15-19enni partecipa al sistema mentre in Lombardia, Sicilia, Valle d’Aosta e nelle province di Trento e Bolzano si scende sotto al 76%.
La distribuzione territoriale della partecipazione all’istruzione terziaria dei 20-29enni manifesta una concordanza con quella già descritta per i 15-19enni in tutte le regioni dove più elevati risultano i tassi di partecipazione al sistema scolastico secondario superiore. Dove invece i due tassi presentano una discordanza, con quote di partecipazione dei 20-29 relativamente più alte, è ipotizzabile una maggiore capacità di attrazione degli atenei presenti nei territori; è il caso ad esempio di Lombardia e Campania.

ABBANDONO SCOLASTICO

La quota di giovani che interrompono la frequenza della scuola secondaria superiore al primo anno rappresenta un indicatore utile a monitorare l’efficacia degli interventi di policy in materia di istruzione. I progressivi innalzamenti dell’obbligo di istruzione, che si sono succeduti a partire dall’anno scolastico 1999/2000, hanno l’obiettivo di raggiungere i livelli di scolarizzazione degli altri paesi europei e garantire un livello culturale più elevato della popolazione. L’analisi della serie storica di tale indicatore consente di valutare i progressi fatti negli ultimi anni in termini di partecipazione scolastica dei ragazzi ancora in obbligo di istruzione, che nell’anno scolastico 1999/2000 è stato portato a 15 anni e successivamente innalzato a 16 anni nell’anno scolastico 2007/2008, includendo quindi il primo biennio di scuola secondaria di II grado. Una quota ancora consistente di giovani iscritti alle scuole secondarie superiori decide di lasciare anticipatamente il sistema scolastico nel corso dei primi due anni e proprio in questo intervallo si verifica la maggior parte delle interruzioni di frequenza dei percorsi di istruzione secondaria superiore. A livello nazionale più del 12% degli iscritti al primo anno e il 3,5% degli studenti del secondo anno abbandona il percorso di studi prescelto.

Nell’a.s. 2007/2008, nelle scuole secondarie di II grado si rileva un tasso di uscita al primo anno del 12,3%, che risulta in leggero aumento rispetto ai quattro anni precedenti, nel corso dei quali si era registrata una sostanziale stabilità.

Il Mezzogiorno si caratterizza come l’area geografica in cui gli studenti abbandonano di più alla fine del primo anno delle superiori: tra gli iscritti al primo anno nel 2007/08, oltre il 14% non si reiscrive al secondo anno, raggiungendo il 16,7% in Sardegna ed il 15,5% in Campania. Elevati valori di dispersione scolastica si riscontrano, tuttavia, anche nel Nord-ovest, dove il tasso raggiunge l’11,6%.

Le percentuali di abbandono più basse nell’anno scolastico 2007/08 si rilevano nel Nord-est dove in molte regioni le quote degli abbandoni al primo anno sono prossime all’8% e in Molise (7,3%), positiva eccezione tra le regioni del Mezzogiorno. La scelta di rinunciare agli studi si verifica principalmente al primo anno di corso. La percentuale di ragazzi iscritti al secondo anno che non si reiscrive al terzo risulta inferiore al 4% in tutte le ripartizioni ad eccezione del Nord-ovest, dove si rileva un’incidenza più consistente (1,1 punti superiore alla media nazionale); il valore più basso si rileva nelle regioni del Centro (2,5%).

INTEGRAZIONE DEGLI ALUNNI CON DISABILITA'

L’ISTAT ha diffuso recentemente anche un’indagine sull’integrazione degli alunni con disabilità. Da questo report è emerso, seppur con notevoli differenze regionali, un quadro della situazione nelle scuole primarie e secondarie di I grado, statali e non statali.

L'indagine si pone l'obiettivo di rilevare le risorse, le attività e gli strumenti di cui si sono dotati i singoli plessi scolastici per favorire l'inserimento scolastico degli alunni con disabilità negli anni scolastici 2008/2009 e 2009/2010 rispettivamente.

L'indagine si è svolta tra il 20 aprile e il 22 maggio del 2009 e tra il 26 aprile e il 30 maggio del 2010. Il tasso di risposta per l'indagine relativa all'anno scolastico 2008/2009 è stato del 77%, con 20.426 scuole che hanno compilato il questionario. Il tasso di risposta per l'indagine dell'anno successivo è stato dell'89%, con 23.451 scuole che hanno partecipato all'indagine. Nella scuola dell'obbligo, negli ultimi 20 anni, si è assistito a una crescita progressiva della presenza di alunni con disabilità. Nell'anno scolastico 2009/2010 sono poco più di 130 mila; di questi, circa 73 mila sono studenti della scuola primaria e circa 59 mila della scuola secondaria di I grado.

Tra le principali chiavi per facilitare l’integrazione scolastica degli alunni con handicap, il rapporto ISTAT identifica l’uso delle Nuove Tecnologie e le dotazioni di personale (non soltanto docente ma anche educativo ed assistenziale).

ALUNNI STRANIERI

Il capitolo integrazione è stato studiato anche dal servizio statistico del MIUR che ha pubblicato nel 2009 il report Gli alunni stranieri nel sistema scolastico italiano.

Il documento ha fatto emergere un netto aumento in Italia di alunni con cittadinanza non italiana: nell’anno scolastico 2008/2009 sono aumentati mediamente del 9,6% (circa 629mila stranieri iscritti rispetto ai 574mila del 2007/08).
 
L’incremento maggiore si è registrato nella scuola dell’infanzia con il 12,7%, seguito da quello della scuola secondaria rispettivamente con il 10,8% per il I grado e il 9,3% nel II grado, mentre nella scuola primaria l’incremento è stato soltanto del 7,6%.

Confrontando l’andamento di iscritti stranieri degli ultimi due anni, comunque sempre in aumento, si rileva un rallentamento generalizzato dell’incremento. Nel 2007-08 l’incremento generale era stato del 14,5% contro il 9,6% registrato nel 2008-09, con una conseguente flessione di quasi 5 punti in percentuale. La flessione di incremento è stata di 4,6 punti in percentuale nella scuola dell’infanzia, di 6,5 nella primaria, di 1 nella scuola di I grado e di 6,4 in quella di II grado.
 
La presenza degli alunni stranieri, ormai un dato strutturale del sistema scolastico italiano, registra una incidenza pari al 7% del totale degli studenti, raggiungendo in valore assoluto le 629.360 unità, rispetto ad una popolazione scolastica complessiva di 8.945.978 unità. Per la scuola primaria e secondaria di I grado la percentuale di incidenza degli studenti con cittadinanza non italiana si mantiene al di sopra della media nazionale con l’8,3% e 8,0% rispettivamente; resta sensibilmente più bassa la percentuale di iscritti alla scuola secondaria di II grado (5% circa).
 
Aumenta, come prevedibile, in tutti gli ordini di scuola anche il fenomeno degli alunni stranieri nati in Italia, che hanno raggiunto nel 2008-09 le 233.003 unità con un incremento percentuale pari al 17% rispetto all’anno precedente. La percentuale di incremento degli stranieri nati in Italia è notevolmente superiore a quella di incremento generale degli stranieri (17% contro il 9,6%), evidenziando, quindi, una contrazione del flusso migratorio.
  
 Per quanto riguarda la nazionalità, è ormai consolidata la maggior presenza degli studenti con cittadinanza rumena che ha raggiunto il 16,8% del totale degli alunni stranieri con una numerosità pari a 105.682. La Romania insieme all’Albania e al Marocco contribuiscono per circa il 45% al totale del contingente degli alunni stranieri . 
 
Sul territorio italiano gli iscritti stranieri sono concentrati soprattutto nelle regioni del Centro-Nord dove si registra una incidenza percentuale superiore alla media: le regioni dove maggiore è la presenza straniera sono l’Emilia Romagna (12,7%) e l’Umbria (12,2%). È comunque la Lombardia ad avere il maggior numero in assoluto di alunni stranieri con 151.899 unità. Al Sud, invece, le percentuali si mantengono al di sotto della media nazionale, in questo caso il valore più alto si registra in Abruzzo con una percentuale pari a 5,5%. 
 
Nella scuola secondaria di II grado il numero di iscritti stranieri è maggiore nelle tipologie di scuola finalizzate ad un inserimento diretto nel mondo del lavoro: il 79% segue un corso di studi negli istituti Tecnici e Professionali. In quest’ultimo tipo di scuola sono presenti circa 10 stranieri su 100 alunni. Resta modesta, anche se in aumento, la percentuale di coloro che si iscrivono ad un liceo. 

 

Proprietà dell'articolo
fonteExtrapola
creatolunedì 7 marzo 2011
modificatomercoledì 16 marzo 2011