Ci sono docenti di professione e docenti improvvisati che impartiscono, dall’alto di una loro presunta superiorità derivata dall’esperienza, saggezza ed ammaestramenti di vita: a questa seconda categoria appartengono numerosi personaggi, soprattutto animali, che troviamo nelle Fiabe di Hans Christian Andersen (Ed. Einaudi 1992): lumache supponenti e cicogne arroganti, rospi pretenziosi e tulipani pieni di boria, piselli protervi e galline sciocche (secondo un ben noto luogo comune, cui anche lo scrittore danese evidentemente non sfuggiva), tutti hanno un insegnamento da impartire, di solito tanto perentoriamente sostenuto quanto assurdamente ridicolo: le lumache de La famiglia felice ad esempio, sono convinte che il loro bosco sia l’unica cosa rimasta in piedi al mondo, e che l’intera umanità si sia estinta; così pure mamma rospo ne Il rospo inculca ai figli l’erronea convinzione che uno di loro abbia una gemma preziosa in testa: “E’ così splendida e preziosa – dice – che non ve la posso descrivere! E’ una cosa che si porta per proprio piacere e che fa rabbia agli altri. Ma non fate domande, tanto non rispondo”.
I destinatari di questi messaggi di sapienza esistenziale di solito si adeguano senza troppe discussioni: ma c’è sempre chi esce dal coro e, proprio a causa di quello che gli è stato detto, fa una brutta fine. E’ il caso, appunto, del piccolo rospo protagonista della fiaba omonima, che, pur non mettendo in discussione le parole materne, è sicuro, nella sua umiltà, di non essere lui il prescelto; tuttavia, mosso com’è da un profondo spirito d’avventura, decide di partire alla scoperta del vasto mondo, abbandonando il pozzo che l’aveva visto nascere in quella che è l’inizio di una strada letteralmente tutta in salita: la sua più grande aspirazione è infatti salire verso l’alto, verso il sole: nonostante sia sempre convinto del contrario, invece, “lui aveva proprio la pietra preziosa. Quel continuo desiderio, quell’eterna nostalgia di andare in alto, sempre più in alto, gli brillava dentro, splendeva nella sua gioia, raggiava nel suo desiderio.”; e sarà questo impulso a salire che lo condurrà, purtroppo, dritto nel becco di una cicogna. Il piccolo rospo è in fondo un inguaribile ottimista, esattamente come Il lino il quale, nella fiaba a lui dedicata, contrappone la sua serena aspettativa di un futuro sempre luminoso al pessimismo spicciolo delle assi dello steccato, che spendono per l’arbusto briciole della loro esperienza di navigati conoscitori del mondo e delle sue vicende (“Ci sono venuti i nodi dalle tribolazioni!”) mettendole in versi: “Snip! Snap! Snurre! / Basselurre! / La storia è finita” ripetono, mentre il lino non perde mai la fiducia nel futuro, pur attraverso le sue metamorfosi da pianta a pezza di tela, da quella a biancheria e quindi a carta e, da ultimo, in cenere allorché la carta, oramai vecchia ed inutilizzabile, viene bruciata: “attraverso il camino la fiamma uscì all’aria aperta e lì, completamente invisibili agli occhi degli uomini perché più eterei della fiamma stessa, esseri minuscoli fluttuarono nell’aria, tanti quanti erano stati i fiori sulla pianta di lino”.
I vanagloriosi vengono sempre ridicolizzati nelle fiabe anderseniane mentre al contrario sono i modesti ad ottenere i risultati migliori, anche se non appariscenti: è questo il caso dell’ultimo pisello di “Cinque in un baccello” che fiorirà sul davanzale di una povera dimora restituendo la gioia di vivere ad una fanciulla malata, mentre il quarto fratello finirà in una fogna suscitandone questa giudiziosa sentenza, che conclude la storia: “Per me – disse la fogna – il mio è il migliore!”
Se gli animali anderseniani si propongono ai loro simili come depositari di verità indiscutibili, c’è chi esercita il mestiere d’insegnante proprio per garantirsi una platea, un uditorio non troppo difficile o selettivo, come Claudio, protagonista del racconto di Marco Lodoli Il professore di storia dell’arte (in: I professori e altri professori – ed. Einaudi 2003): qui troviamo una fotografia molto significativa del rapporto insegnante/classe, osservato da un punto di vista particolarmente soggettivo: “Claudio non ha mai considerato le alunne come donne: è solo un pubblico facile, generoso, davanti al quale lui recita i suoi monologhi senza che nessuno possa coglierlo in castagna, gli piace conquistare un’ammirazione, piegare quel ferro tenero, sentirsi originale senza doverlo essere.”