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Scrivere a colori: oro
Magia inquietante dell’oro, metallo prezioso e fatale, ma anche dei capelli biondi e persino degli occhi: La fanciulla dagli occhi d’oro di Honoré de Balzac (edita da Sperling Paperback nel 1993 nella Collana I sensi diretta da Oreste Del Buono), romanzo breve che fa parte della Commedia umana, racconta il sensuale approccio del giovane Henry de Marsay alla femme fatale che dà il titolo all’opera, così descritta da Paul, amico del protagonista: “Fisicamente, mio caro, è la più adorabile, la più femminile persona che io abbia mai incontrato, una di quelle donne che i Romani chiamavano fulva, flava, donna di fuoco. Ma ciò che più mi ha colpito sono stati gli occhi, gialli come quelli delle tigri: un giallo d’oro che brilla, pensa, vive, ama e vuole ad ogni costo entrare nel vostro borsellino.”
Nella tradizione folklorica l’oro spesso conduce alla dannazione come il canto delle sirene, e non è un caso che gli Elfi delle Tenebre siano orafi abilissimi: essi, che insieme agli elfi bianchi, a quelli dei boschi e dei campi, agli Spiriti delle Acque, ai nani ed ai Giganti sono i personaggi narrati da Mary Tibaldi Chiesa in L’oro fatale: miti e leggende del Nord (ed. Hoepli 1983) sanno fabbricare oggetti dotati di poteri prodigiosi, fra cui compare appunto “un anello d’oro” che permette di “trasformare in oro” tutto ciò che viene toccato. Nel medesimo libro si parla del mitico tesoro gelosamente custodito dalle Ondine: l’oro depositato in fondo al Reno, fiamma dei flutti che con il suo potere malefico, in grado di suscitare avidità insaziabili scatenando guerre e passioni mortali, ha dato origine alla Saga dei Nibelunghi.
E siccome le fiabe e le leggende sono sempre terreno fertile, ecco qua un bel Ciocco d’oro (fiaba francese inserita nella raccolta Il bosco: miti, leggende e fiabe, di Alberto Mari e Ulrike Kindl; ed. Mondadori 1989), che François, piccolo carbonaio francese, trova una notte nella foresta di Brocéliande, in Bretagna, dopo aver spiato le danze e le musiche di fate ed altre divinità del bosco ed esserne stato avvertito di non tornare mai più. Il tesoro consente al ragazzino di arricchirsi e condurre una vita dispendiosa lontano dalla capanna dei due fratelli che, nel frattempo, continuano il loro umile mestiere, sinchè arriva il momento in cui la fortuna si capovolge per lui ed allora François, preso dalla disperazione, torna nella foresta. Ma questa volta le divinità, sorprese dall’arrivo del mortale, non sono benevole e lo lascino morire carbonizzato; come spesso accade nelle favole la conclusione riporta il lettore ad una cornice paesistica oggettiva che si situa al di fuori di ogni contesto prodigioso, motivando l’origine di alcuni elementi naturalistici che sono parte integrante del bosco stesso: “Ancora oggi si trova in quel posto un antichissimo albero, piccolo e storto, i cui rami sono rivolti verso terra: la gente del posto lo chiama “l’albero del carbonaro”.
Ma vediamo come procede il re degli Elfi a prepararsi per un importante evento di corte nella fiaba di Hans Christian Andersen Il monte degli Elfi (ed. Einaudi 1992): “Il vecchio re degli Elfi si fece lustrare la corona d’oro con della polvere di gesso, un gesso fatto per il primo della classe, e procurarsi gesso da primo della classe era stato estremamente difficile per lui!” La fiaba, una delle più belle dell’intera raccolta, presenta una monellesca corte di Elfi maliziosi con ospiti altrettanto scanzonati, fra cui le figlie del re degli Elfi non sono da meno; esse infatti devono saper dimostrare ai convenuti le loro abilità, dato che il ricevimento deve fra l’altro servire ad accasarle. Una di loro “doveva suonare una grande arpa d’oro; alla prima corda da lei toccata tutti sollevarono la gamba sinistra, perché i troll sono tutti mancini, e quando pizzicò la seconda corda tutti dovettero fare quello che voleva lei.” Una brutta faccenda quest’arpa d’oro, dunque, tant’è che il vecchio Troll di Norvegia, padre di due degli eventuali futuri mariti, sbotta: “Questa è una donna pericolosa!”.
Magico è indubbiamente anche l’aletiometro, o La bussola d’oro di Philip Pullmann (ed. Salani 1996): “Lyra vide una cosa che somigliava a un grosso orologio da tavolo: uno spesso disco di cristallo e metallo dorato. Avrebbe potuto essere una bussola, o qualcosa del genere.” Si tratta di un oggetto il cui nome deriva dalla parola greca “alétheia” che significa “verità”, e che infatti “dice la verità. Quanto al modo di usarlo, dovrai impararlo da sola.” Forse è appena il caso di ricordare in proposito che, per il proverbio, il silenzio è d’oro.
| autore | Maria Elena Roffi |
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| creato | giovedì 1 aprile 2004 |
| modificato | giovedì 1 aprile 2004 |

