Vai all'homepage Vai alla pagina contatti Vai alla pagina della mappa del sito Vai alla pagina del motore di ricerca interna al sito Vai alla pagina della guida e dichiarazione di accessibilità Vai all'inizio della pagina

Vai all'inizio della pagina

Scrivere a colori: marrone

Marrone è il colore terrestre per eccellenza, quello del pianeta che ci ospita, grande madre che è origine e destinazione ultima di ogni vivente. “A corpo più nobile è riservato più nobile luogo; l’acqua è corpo più nobile della terra; dunque all’acqua è riservato più nobil luogo.”

Dante, nella sua Questio de aqua et terra, (in: Dante Alighieri, Opere minori, vol. III, tomo II, 9-11; ed. Ricciardi 1996) si presenta nell’inedito ruolo di esperto misurator di mondi affrontando temi filosofici e scientifici importanti per la sua epoca, con gli strumenti del sillogismo e dell’indagine dottrinale ma senza perdere di vista gli aspetti e gli argomenti connessi più strettamente con la sua poesia.

“Onde quando [Iddio, sott.] ordinò: “Si raccolgano le acque in un unico luogo, e appaia la terra”, in quell’istante e il cielo fu virtuato ad agire, e la terra fu resa capace di subirne l’influsso.” 

La terra come corpo celeste che può essere oggetto di analisi scientifica, sì, ma solo fino ad un certo punto, dunque: “Cessino dunque, cessino gli uomini di voler capire le cose al di sopra di loro, e indaghino fin dove possono, accostandosi alle cose immortali e divine secondo le loro possibilità, e lascino da parte quanto è più grande di loro.”

Presso tutti i popoli fioriscono numerosi i miti che narrano l’origine della sfera terrestre; le tribù Cherokee, pur essendo tra le pochissime al mondo a considerare di norma il Sole, in questo contesto, come una divinità di genere femminile, annoverano tuttavia anche una versione che parla della creazione della terra designando il Sole come un’entità maschile; la storia inizia con un’immagine estremamente suggestiva:“La terra galleggia sulle acque come una grossa isola, appesa con quattro funi di pelle grezza legate alla sommità delle quattro sacre direzioni. Le funi sono legate alla volta celeste, la quale è fatta di duro cristallo di rocca. Quando le funi si spezzeranno, questo mondo andrà in  rovina e tutte le cose viventi cadranno con lui e moriranno. Allora ogni cosa sarà come se la terra non fosse mai esistita, perché l’acqua la coprirà. Forse l’uomo bianco causerà tutto ciò.” (in: Miti e leggende degli Indiani d’America; ed. Oscar Mondadori 1994).

La terra, il cielo, il mare: i tre elementi fondamentali del paesaggio che ci accompagna sin dalla nascita. Ma la terra, intesa come mezzo di sostentamento primario, diventa drammatica protagonista in gran parte dei romanzi di John Steinbeck, come ad esempio in Al dio sconosciuto (ed. Oscar Mondadori 1996) dove la siccità incombe come una terribile minaccia di morte: “”Le colline erano bruciate e nude. Ogni settimana che passava la terra si faceva più grigia e senza vita e i covoni calavano.” E quando la pioggia arriva, finalmente, esploderà incontenibile la gioia della popolazione del villaggio, che la celebrerà con riti molto prossimi al paganesimo: “Un canto basso a molte voci si univa al ritmo degli strumenti a corda, si alzava, ricadeva. Il prete vedeva col pensiero la gente che ballava calpestando la terra bagnata coi piedi nudi fino a ridurla in melma. Sapeva che avrebbero indossate le pelli delle bestie pur senza sapere la ragione di ciò che facevano.”

Arida anch’essa, dopo una breve parentesi notturna che le ha regalato rugiada e frescura, è La steppa che Anton Checov descrive nel racconto omonimo (in: Racconti, vol. II; ed. Einaudi 1974): “Trascorso breve tempo la rugiada evaporò, l’aria incombette immobile, e l’ingannata steppa prese il suo avvilito aspetto estivo. L’erba s’afflosciò, la vita s’arrestò. Le colline riarse, d’un verde bronzeo, che in lontananza sfumavano in lilla, coi loro toni smorti come l’ombra; la pianura dall’orizzonte caliginoso, e su tutto la cupola del cielo che sulla steppa, dove mancano boschi e monti elevati, risulta d’una paurosa profondità e trasparenza, apparivano ora illimitati, intorpiditi dalla malinconia…”

Da un’angolatura del tutto diversa è considerata la terra nella raccolta Fantasmi di Terra,Aria,Fuoco e Acqua (di autori vari, ed. Einaudi 1996): se è vero infatti che in molte storie di fantasmi si avverte “un terribile odore di terriccio” come dice Somerton, l’antiquario del racconto di Montagne Rhodes James Il tesoro  dell’abate Thomas, non si può non provare un brivido d’apprensione di fronte a questo breve brano di Charles Dickens che, parlando della città di Cloisterman, così la descrive (in: La verità sul caso D.):    .. tutta pervasa dall’odore di terra che viene dalla cripta della cattedrale, e così sovrabbondante dei resti delle tombe monastiche che i bambini coltivano l’insalatina nella polvere di abati e badesse, e fanno formine con il fango di frati e suore.”

Proprietà dell'articolo
autoreMaria Elena Roffi
creatogiovedì 15 aprile 2004
modificatogiovedì 15 aprile 2004