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Scrivere a colori: il viola
“Erano, quelle, finestre in vetro colorato, il cui colore variava a seconda della tinta prevalente nelle decorazioni della stanza su cui si apriva. La sala all’estremità orientale, ad esempio, era tappezzata in azzurro e le finestre erano di un azzurro vivido. La seconda aveva ornamenti e tappezzerie porpora, e di porpora erano i vetri. La terza era verde, e così le finestre. La quarta era ammobiliata di arancione – la quinta di bianco – la sesta di viola.”
Sette le stanze del palazzo del principe Prospero in cui si sta svolgendo una festa grandiosa: la settima è interamente arredata in velluto nero. Ne La maschera della morte rossa (in: I racconti, nella traduzione di Giorgio Manganelli; ed. Einaudi 1983) Edgar Allan Poe, raccontando a tinte forti una vicenda di pestilenza e di morte di sapore medioevale, descrive, in un climax cromatico che va dal più chiaro al più scuro, un’ala del castello che si caratterizza per la monocromia inquietante degli spazi e degli arredi: e per l’appunto prima dell’ultima stanza, quella nera, troviamo la stanza viola.
Viola colore infausto, che segna e dà mestizia, viola il colore del lutto insieme al nero, viola che tinge di sé una pietra preziosa considerata da sempre portatrice di sventure: l’ametista. Viola il colore dominante nel tramonto, declino del giorno; viola che non si deve mai indossare in certe circostanze, come sanno gli/le attori/attrici che non ne hanno mai nel loro guardaroba, specie alle prime rappresentazioni; viola anche il colore di frutta autunnali come le prugne e l’uva, che si raccolgono nel momento in cui l’anno inizia a ripiegarsi su se stesso.
Ma non è sempre stato così: ne Il significato de’ colori (Venezia 1535) Fulvio Pellegrino Morato (cit. da Manlio Brusatin in Storia dei colori, ed. Einaudi 1999) opera una categorizzazione dettagliata dei valori attribuibili ad ogni colore: “il verde sta per la speranza anche se scarsa; il rosso vendetta, crudeltà, strazio; il nero per mestizia per amore con morte; il bianco per purezza e verità, sincerità d’animo e di cuore; il giallo dominio ed arroganza; […] il morello o violaceo [sottol. dell’A.] (il colore delle more mature) sta per amore struggente e disprezzo della vita per la cosa amata; l’accostamento suggerito è con “il verde dei porri o il giallo dell’erba porraia”.
Tre tramonti è una poesia di Lewis Carroll (in: Fantasmagoria. Tre tramonti. Ed. Mursia 1992), l’autore di Alice nel paese delle meraviglie che qui veste i panni del poeta soavemente leggero, un po’ malinconico e quasi distratto nel seminare similitudini paesistiche per le quali il tramonto assume la qualità cromatica del “rosso moribondo di ponente” che accompagna, virando al viola, il giorno che sta morendo: “[…] Si spegneva il rosso sole vespertino, / smarrito in un vapore porporino / che come in un sudario lo fasciava.”
Tramonto come autunno del giorno, entrambi contraddistinti da sfumature di viola e ruggine: il protagonista di Sotto la stella d’autunno di Knut Hamsun (ed. Iperborea 1995) all’inizio del romanzo compie una passeggiata nei boschi: è l’estate di San Martino e “I sorbi sono coperti di mature bacche di corallo tutt’intorno, nel bosco di conifere, e le lasciano cadere a terra in pesanti grappoli. Si vendemmiano e si riseminano da soli, ogni anno sprecano un’incredibile sovrabbondanza: su un solo albero conto trecento grappoli . E qua e là sui pendii vi sono ancora fiori caparbi che si rifiutano di morire benchè, in fin dei conti, il loro tempo sulla terra sia finito.”
Né autunnale né intimista ma straziante nel suo crudo realismo è Il colore viola di Alice Walker, che narra le drammatiche vicende di Celie e di sua sorella Nettie, ambientate fra i neri che vivono nel sud degli Stati Uniti: dal libro è stato tratto un film dal titolo omonimo, girato da Steven Spielberg nel 1986. Altrettanto tragico è il destino di John Grady Cole che s’innamora di una prostituta nel terzo e conclusivo romanzo della trilogia della frontiera di Cormac McCarthy, quello forse più crepuscolare: Città della pianura (ed. Einaudi 1999), che inizia con una scena di timbro autunnale, in armonia con l’animo dei personaggi e con l’ambientazione del romanzo, situato in un west in via di estinzione, alla soglia degli anni Cinquanta: “Si fermarono sulla soglia, pestarono gli stivali a terra per scrollare via la pioggia, sventolarono il cappello e si asciugarono l’acqua dalla faccia. Fuori, nella strada, la pioggia sferzava l’acqua stagnante […]”
Il vino tuttavia, il prodotto autunnale per eccellenza, imprime ai versi un ritmo che è pura gioia in questo frammento dedicato da Pindaro alle Viti (in: I lirici corali greci. Età classica; ed. Einaudi 1993): “e l’alberata esalti di rigoglio / Dioniso, dio giocondo - / lume puro d’autunno.”
| autore | Maria Elena Roffi |
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| creato | giovedì 26 febbraio 2004 |
| modificato | giovedì 26 febbraio 2004 |


