Il brano de La pelle di Curzio Malaparte (ed. Mondadori 1991) che rievoca la tragedia dei bombardamenti ad Amburgo con ordigni al fosforo, presenta diversi punti di contatto sia con il Canto XII dell’Inferno, dove i violenti scontano la loro condanna immersi nel sangue, che con quello dei rei di traffici illeciti (i barattieri) che nei Canti XXI e XXII sono ritratti immersi nella pece bollente; lo scrittore, che definisce esplicitamente con i termine di dannati le persone colpite, propone altresì una similitudine diretta con il mondo dantesco evidenziando come questi individui, uomini e donne, giovani o anziani, ed anche bambini, fossero “costretti a rimanere immersi nell’acqua e sepolti nella terra come dannati nell’Inferno di Dante.”
Non solo, ma vengono usati sintagmi e modelli che alludono apertamente ai gironi infernali, in particolare lo stridore e le strida, che compaiono per esempio nel Canto XII della Divina Commedia là dove si dice che i bolliti facieno alte strida e l’immagine agghiacciante del capo troncato, con quelle orribili teste che sporgono dall’acqua o dalla terra e sembrano mozze dalla mannaia. Allucinata e tragica insieme, la scena descrive un mostruoso inferno simbolo della guerra e delle sue devastazioni dove queste teste, che per tutto il giorno parlaron tra loro, acquisiscono uno status autonomo quasi fossero dotate di vita propria, e rievocano la nona bolgia, dove stanno i corpi smembrati dei seminatori di discordia, nonché la testa sostenuta dal braccio del poeta provenzale Bertran de Born nel Canto XXVIII.
A completare un quadro già tanto fosco interviene un ultimo, indispensabile elemento presente in ogni inferno umano, dalle bolge dantesche ai campi di sterminio: la perdita di ogni dignità che si rivela tanto nel desolante mangiare il terriccio e sputare i sassi quanto nella smorfia – mostrare la lingua – richiamata in chiusura al racconto, che suggerisce un legame con l’identico, disperato gesto degli usurai nel Canto XVII. Del tutto diverso è l’inferno raccontato da Dino Buzzati nella raccolta IL Colombre e altri racconti (ed. Mondadori 1992): mentre è del tutto assente la dimensione tragica e la ferocia disumana della narrazione di Malaparte, che fa del suo inferno una metafora apocalittica dell’orrore prodotto dalla guerra, nell’inferno buzzattiano ri-troviamo la realtà quotidiana, senza più alcun mistero né tantomeno grandiosità: l’inferno si cala nell’oggi, è qui ed ora, semplicemente vi si accede dalla Metropolitana milanese attraverso una normalissima porta, e non ha caratteristiche diaboliche o stranianti: è esattamente identico al mondo come noi lo conosciamo, in sostanza è un aldilà che è quasi fotocopia dell’aldiqua se si eccettua la presenza di usanze perlomeno insolite, come quella di eliminare, durante una festività che non si colloca a fine anno ma in maggio, tutti gli oggetti vecchi e inutili e fra questi anche gli esseri umani. Insomma, la vera, grande assente è la paura: tutto viene ridotto, sminuito, banalizzato e ricondotto a situazioni concrete e conoscibili direttamente dal protagonista, che si chiama Buzzati, nella sua esperienza di lavoro del tutto routinaria e quindi priva di connotazioni eroiche.
Manca anche, rispetto a Dante, l’elemento del viaggio come metafora di una sofferta ricerca interiore: qui il giornalista Buzzati si dipinge come un turista qualunque il cui itinerario è governato dal caso, all’opposto del percorso dantesco che si compie sulla base di un definibile e riconoscibile disegno del destino. Questo avviene perché la realtà quotidiana e quella infernale coincidono in un’omologazione assoluta al ribasso, che destituisce di ogni tratto ultraterreno l’aldilà, non più popolato da demoni e mostri orrendi né tormentoso emblema di un dramma universale, ma mondo urbano identico a quello che viviamo ogni giorno. La conclusione del racconto è a questo proposito significativa: “mi domando se per caso l’Inferno non sia tutto di qui, e io mi ci trovi ancora, e che non sia solamente punizione, che non sia castigo, ma semplicemente il nostro misterioso destino.”