Consapevoli dell’importanza dello strumento linguistico come pratica culturale del corpo per significare il mondo (“il grido organico” del neonato che presto diventa segno e significato), abitarlo e produrlo costantemente, abbiamo pensato fosse opportuno dedicare un momento di riflessione e approfondimento a quel vacillamento dell’identità che si produce, anche linguisticamente, nella migrazione.
Spaesamento dei corpi negli spazi e nei riferimenti simbolici, “fuori luogo” di chi si trova a non abitare più le proprie terre, i propri significati culturali, ma anche i propri suoni e riferimenti linguistici che interpretano e danno corpo all’assetto noto, “naturale”, del mondo. Spiazzamento linguistico, culturale e dell'assetto identitario: si perdono i riferimenti "ovvi", si perde il quadro delle conferme dell'esser-ci. Si perde il rapporto di una rispondenza tra trama interna della persona e trame esterne dei codici sociali condivisi e introiettati che confermano l'individuo. Il potere di “dire il mondo”, di “dire sé stessi”, di nominare, improvvisamente decade.
Le chiavi linguistiche e culturali che aprivano le porte del mondo precedente “ora”, “qui”, non servono più. E ci si trova “chiusi dentro”, in un mondo incompreso e inesprimibile, indicibile. Fin quando la nuova lingua non inizia a penetrare e a significare, ad offrire e svelare lentamente il mondo.
Quanto questa inesprimibilità fa vacillare l’identità? Quanto il poter un giorno iniziare a nominare il mondo in un’altra lingua, e a nominare sé stessi, raccontandosi in un'altra sonorità, in altro ordine semantico , mina, contamina, arricchisce la narrazione di sé e della propria storia? Quanto è importante apprendere la lingua del paese verso cui si è migrati per poter dare senso a quel mondo nuovo ed entrare nei processi sociali, provando a diventare “cittadini”, a partecipare alla vita di quella società? dominare una lingua è davvero dominare e affermare il proprio stare nel mondo nuovo? Parlare competentemente la lingua del nuovo paese, rappresenta davvero un processo di empowerment? Ma parlare le lingue delle “potenze mondiali” è assoggettarsi ai moderni colonialismi? Quali relazioni di potere si nascondono nell’abitare la lingua altra da noi, propria di chi appartiene, di fatto, alla schiera dei paesi che ci costringono a migrare? Quanto è importante, invece, mantenere la propria lingua madre, insegnarla e parlarla ai propri i figli che nascono nel paese straniero? quanto questo configura nuovi legami con la terra d’origine e quanto configura legami con la terra d’arrivo? Quanto “l’autorità genitoriale” è condizionata o meno dal dominio della lingua madre o dal dominio della lingua del paese “ospite”? Quanto conta e come si può giocare la valorizzazione della lingua materna nei bambini stranieri emigrati e in quelli adottati (questione pressoché ignorata e altrettanto problematica anche in questi ultimi)?
Sostenere l’alfabetizzazione in italiano e sostenere l’apprendimento della lingua materna (o mantenere la l’uso della lingua materna) favorendo il bilinguismo è una indicazione fortemente sostenuta nella normativa e nelle linee guida italiane relative all’integrazione scolastica degli alunni stranieri. Questo orientamento ci pare molto importante come cornice di riferimento per il mondo scolastico, nonostante le difficoltà a implementare laboratori di italiano Lingua 2 o laboratori per l’insegnamento delle “lingue materne”. Orientamento che testimonia una attenta riflessione sulla importanza dell’acquisizione della nuova lingua e del mantenimento di quella materna ai fini di una costruzione aperta dell’identità, mobile su più riferimenti. Spesso però ci troviamo di fronte ad una scuola impreparata non solo ad organizzarsi, ma a comprendere i tempi di apprendimento della lingua italiana da parte dei ragazzi stranieri, il significato dei loro silenzi, il disagio di vivere ed esprimersi in una lingua diversa, a volte la vergogna della propria. Spesso non si intende che i bambini possono assolutamente essere bilingui e che 2 o 3 lingue non creano “confusione nella testa”.
In casi estremi può capitare di trovarsi con insegnanti o pediatri o altri operatori che consigliano ai genitori stranieri di parlare ai figli in italiano, un italiano nel quale i genitori sono spesso poco competenti. Spesso troviamo insegnanti che non comprendono l’importanza di apprendere o mantenere la competenza in lingua madre come canale di mantenimento di un sentimento di sé, di identità e appartenenza, come possibilità di scambio e legame con i familiari lontani. Per questi e altri motivi ci è parso importante aprire una riflessione attenta su queste tematiche. La doppia assenza dei migranti, di cui parla A. Sayad, rischi di essere una doppia assenza anche linguistica.