Punks, skinheads, metallari, rappers, rastas, new age; e prima: paninari, disco, hippies, mods e rockers, blousons noir, esistenzialisti: il look, lo stile, la maschera che gradualmente diventa identità, secondo le norme dettate da un’etica paradossalmente estranea alla morale perché si propone come unico fine la Bellezza. Fare della propria vita un’opera d’Arte, come i dandy, ha come effetto non secondario una sorta di palingenesi individuale, una reinvenzione di sé grazie allo stile ed alla Forma; è in questa prospettiva che il fine, lungi dal giustificare i mezzi, in essi al contrario si identifica, o meglio: nella loro perfezione formale. Ma val la pena sottolineare che l’abbigliamento non sempre è moda, anche se col tempo tende a diventarlo: nel corso della storia del costume accade spesso, infatti, che gli abiti che s’indossano, con maggiore o minore ostentazione, vengano a costituire principalmente il segno di un modello oppositivo nei confronti delle gerarchie dei valori e dei poteri costituiti; contestualmente sull’altro versante il modo di vestire invia un messaggio di segno esattamente contrario, fondato sull’aderenza al vigente sistema di comportamenti ritenuti accettabili: esemplare in tal senso è l’uso del colore grigio per esprimere una medietà che è, o non vuol essere, mediocrità, ma per l’appunto il segno distintivo di un’adesione convinta ai modelli diffusi, come avviene nel romanzo L’uomo dal vestito grigio, di Sloan Wilson (ed. Einaudi 2004), vero paradigma del conformismo stile anni Cinquanta.
Se l’abito non fa il monaco e l’apparenza qualche volta inganna resta inconfutabile il fatto che l’abbigliamento, e la moda, costituiscano di per sé un marchio per contraddistinguere un gruppo di persone, un segnale di appartenenza ad una categoria, che può anche essere professionale come nel caso delle divise: La donna vestita bianco (di Janine Boissard – ed.Salani 2003), ad esempio, è un romanzo ambientato nel mondo dei medici ed infermieri il cui segno distintivo è appunto un camice bianco; ciò che indossiamo in misura più o meno consapevole rappresenta quindi non soltanto una modalità individuale per esprimere personalità e stati d’animo del momento, ma anche un elemento aggregante, perché l’originalità è più accessibile all’interno di un gruppo che tutela i singoli conferendo loro una sicurezza ed un’identità immediatamente riconoscibili. “La moda è un’arte come l’architettura e la musica” sostengono i Futuristi italiani, che per mano di Giacomo Balla si dotano di un Manifesto dell’abito maschile futurista (uscito nel 1914) e, nel 1920, dell’analogo Manifesto della moda femminile futurista (in: La moda. Usi e costumi del vestire, di Nathalie Bailleux e Bruno Remaury – ed. Electa/Gallimard 1996) nel quale troviamo alcune interessanti, e per certi versi addirittura pionieristiche affermazioni: “La moda femminile non sarà mai abbastanza stravagante. Anche qui, noi cominceremo con l’abolire la simmetria. Faremo dei decolletés a zig-zag, maniche diverse l’una dall’altra, scarpe di forma colore e altezza differenti.”
E per le materie da adoperare i futuristi pensavano “alla carta al cartone al vetro, alla stagnola, all’alluminio, alle maioliche, al caucciù, alla pelle di pesce, alla tela d’imballaggio, alla stoppa, alla canapa, ai gas, alle piante fresche e agli animali viventi.” La moda è resa possibile dall’esistenza di un ideale di Bellezza che varia nel corso della storia e che gli abiti attualizzano e rendono esplicito, modellando il corpo, in particolare il corpo femminile; ideale con il quale occorre misurarsi, con il quale venire a patti, spesso in maniera conflittuale: “Non sono bella. Sono lunga, magra e slavata, con un seno che per vederlo ci vuole la lente d’ingrandimento. Modelle non si nasce. Bisogna lavorare sodo, avere un aspetto sexy, sorridere in modo ammiccante e lezioso”, così ci spiega Karen, la protagonista di Modella per caso, di Susanne Fülscher (ed. EL 1998) che si troverà suo malgrado ad interpretare il ruolo di top model il cui universo si modula sulla triade acconciatura-trucco-abbigliamento ed accessori e dove l’unica cosa che conta è to look = sembrare.