“[…] vanno molto ornate di perle et d’oro, portano il busto et le maniche di colore, et per la maggior parte di seta bianca et con l’apertura del busto allacciata con un cordone di seta alla larga. […] Vanno cinte di centura d’oro gioiellata sino a terra, e tutto il resto della vesta è nero et lungo sino in terra et con alquanto stràscino” così descrive l’abbigliamento delle Spose non sposate a’ tempi nostri Cesare Vecellio (lontano parente di Tiziano) nel suo libro Habiti antichi et moderni di tutto il mondo (Venezia, 1598); “spose non sposate” vengono definite coloro che, in pratica, prima del matrimonio festeggiano l’addio al nubilato in compagnia di amici e amiche, mentre nella pagina seguente ecco le Spose sposate, le cui vesti “[…] per lo più sono di raso o d’altro, et bianche; ornate però di perle, d’oro et di gioie di gran valore. I capelli pendono giù per le spalle con alcuni fili d’oro […]” Né manca, lo scrupoloso compilatore di questo ampio trattato cinquecentesco, di occuparsi di tutt’altra categoria femminile, le “Cortigiane fuor di casa” dove il relativo capitolo è accompagnato da una tavola che raffigura una figura muliebre nel gesto di coprirsi il volto con la mano sinistra e reggersi la gonna con la destra, in atteggiamento di fuga e vergogna: “Quelle meretrici, che vogliono acquistar credito col mezo della finta onestà, si servono dell’habito vedovile, […] et perché sono loro proibite le perle sono in particolare conosciute per tali, quando mostrano scoperto il collo. Vestono del resto pomposamente: sotto usano brocadelli di seta, come anco calze ricamate, così carpette et camicie.”
Ma non basta, la catalogazione include altresì le “Meretrici de’ luoghi pubblici”, quelle per intenderci che stanno ne’ luoghi infami e di conseguenza, non potendo permettersi molti lussi, si acconciano secondo modalità maschili “perché portano giubboni di seta o di tela, et […] su le carni portano la camicia da uomo, sopra la quale si cingono nelle stagioni calde una traversa o grembiale di seta o di tela lunga fino a’ piedi, et ne’ tempi freddi uan vesticciuola foderata di panno […] et anco usano alcune braghesse come gli uomini con calzette di seta, o di panno, ricamate.”
Occorre sottolineare quindi, in accordo con quanto afferma Diane Owen Hughes in “Le mode femminili e il loro controllo” (in: Storia delle donne. Il Medioevo – ed. Laterza 1994) come sin da quest’epoca la moda si ritaglia addosso alle donne istituendo un nesso indissolubile con il sesso femminile non solo nel binomio donna=eleganza, donna=stile ma anche, come si deduce dal testo di Vecellio, nell’identificazione di categoria, in questo caso donna giovane, zitella (“citella”), donna maritata, cortigiana = abbigliamento che la contraddistingue; nel testo cinquecentesco peraltro troviamo anche altre categorie di genere, sia femminili: donne attempate (tra i 30 e i 40 anni), donne di mediocre condizione, fantesche, donne per casa, donne che si biondeggiano i capelli, donne in lutto, contadine, pizzocchere, donne del Tirolo, veneziane, della Corte di Parma ed in genere nobili e di altri continenti (Asia, Africa; Cina) che maschili: bottegai e mercanti, bombardieri, soldati, principi, schiavi, ammiragli, professori, ecclesiastici, paggi, magistrati.
La differenza è palese: i costumi declinati al femminile fanno riferimento solo a due grandi suddivisioni: quella dell’appartenenza geografica e quella di stato civile, mentre gli abiti indossati dagli uomini spaziano dalla nazione alla condizione sociale alla professione.
Le donne non rinunceranno mai al loro abito, nemmeno se finiscono suicide in fondo alla Senna, come ci spiega la protagonista de L’Ignota ella Senna di Jules Supervielle (in: La bambina dell’oceano – ed.Marcos y Marcos 1987), cui un’altra annegata, la Selvaggia, senza abiti come gli altri membri della colonia dei Grondanti, domanda “Perché tenere così tanto ad un vestito, in fondo al mare?” ottenendo la risposta “Mi sembra che mi protegga da tutto ciò che non comprendo ancora.”