Il tema del viaggio rappresenta uno dei pilastri letterari maggiormente fondativi, dall’Odissea in poi. Viaggio per mare, per terra, in cielo; in terre conosciute e reali, oppure in territori immaginari, popolati da flore e faune fantastiche; viaggi sulla Luna, oppure nelle profondità infernali: Ulisse e Dante incontreranno entrambi le ombre dei defunti, esperienza necessaria e terribile, angosciosa ma indispensabile per poter fare ritorno al mondo dei vivi, fortificati dalla prova e più consapevoli di sé.
Perché questa è l’essenza del viaggio: conoscenza, quindi itinerario che non è soltanto fuori ma anche dentro all’eroe, tanto classico quanto medievale; l’oltretomba come pure la creazione, e dunque l’esplorazione letteraria di una pluralità di mondi possibili tanto nel romanzo cavalleresco quanto nella fantascienza non sono che uno degli aspetti di ciò che il tema del viaggio ha rappresentato nel corso dei secoli. Certo un elenco di forme letterarie, per quanto suggestivo, non esaurisce neppure una delle aree che evidenzia, semmai stimola la curiosità di tuffarsi in una delle tante avventure prospettate in ciascuno dei generi: la casualità del vagabondare e gli incontri inattesi che questo implica, con le molteplici ripercussioni su trama e personaggi, sta alla base di quel senso dell’avventura che è proprio di ogni viaggio, in ciascun tempo e sotto ogni latitudine: incominciamo da un poemetto anonimo databile alla fine del Trecento, Sir Gawain e il Cavaliere Verde (ed. Adelphi 1986) dove lo spazio del viaggio, che occupa la parte centrale del testo, è uno spazio fantastico, indefinito, riempito degli oggetti comuni al romanzo medievale, è lo spazio attraversato da Gawain nei due lunghi mesi che lo portano dalla corte di Artù al castello di Bertilak” [dall’Introduzione di Piero Boitani] che tuttavia, ed è questa la grande novità dell’opera, tende ad assumere coordinate geograficamente identificabili dai lettori del tempo e riferibili al Galles ed al nord dell’Inghilterra.
Se Ulisse, come pure Dante, compiranno una discesa agli inferi per poi risalire, (e Dante, a differenza dell’eroe omerico, ascenderà alle più alte sfere del Paradiso) purificati e confermati nel loro itinerario di ricerca alla scoperta del proprio destino, nella Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso assistiamo ad una più marcata presenza della concezione simbolica del viaggio come esperienza interiore di ricerca dell’identità: la Gerusalemme liberata raccontata da Alfredo Giuliani (ed. Einaudi 1970) è un libro che suggerisce quasi un viaggio nel viaggio, proponendosi come guida al l’opera attraverso un’oculata scelta di brani che ne sottolinea in particolare la chiave di lettura basata sul sogno e sul “meraviglioso” tassiano, partendo dall’assunto che l’opera rappresenti, nel nostro panorama letterario, “il più malinconico dei poemi eroici, il più irrequieto e denso di penombre”.
Sensibilmente diverso, e segnato da un realismo e da un ottimismo che ne fanno un caso letterario destinato, all’epoca dell’uscita, a riscuotere un successo per lo meno pari alle critiche scandalizzate, il viaggio attraverso l’Inghilterra settecentesca del trovatello Tom Jones di Henry Fielding (ed. Feltrinelli 1964), che nel corso delle sue peregrinazioni in compagnia del prete Partridge si guadagna i galloni di “Omero in prosa della natura umana” conferitigli da George Byron in seguito. La ricerca dell’identità si compie qui nei fatti, poiché il romanzo si conclude con un lieto fine che porta a termine le peripezie del trovatello il quale si ritrova a Londra con tutti i personaggi disseminati da Fielding nelle pagine del romanzo, dopo aver attraversato dimore di campagna e salotti eleganti, in un “allegro prender la vita come viene” [dal verso di cop. dell’ed. Feltrinelli] all’insegna dell’ottimismo e della concretezza.