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Il vizio di leggere: l’ira
Sette vizi capitali; sette itinerari di lettura
La rabbia, contro qualcuno o qualcosa, scorre nei titoli e soprattutto nelle vene di numerosi personaggi letterari: Jimmy Porter per esempio, protagonista di Ricorda con rabbia di John Osborne (Ed. Einaudi 1954) ce l’ha con una gran quantità di cose, persone, situazioni, eventi atmosferici e concetti generali: “il Vescovo di Bromley, […], il suocero di Jimmy, […], la domenica inglese, […] lo scrittore J.B. Priestley , […], i settimanali letterari, […], l’Era americana, […], la pioggia inglese, […], le campane della chiesa vicina, […], la guerra di Spagna, […], la madre di Jimmy, […] E la moglie Alison.”
E tanto più risulta antipatico ed irritante questo personaggio quanto più è moralmente squallido, psicologicamente friabile, emotivamente nullo: insomma, la vera interprete della rabbia evocata nel titolo è Alison, la moglie: lei sì che di motivi di rancore ne ha da vendere.
E, da autentico capro espiatorio, non parla mai: il dramma è infatti la storia delle esternazioni prolisse, includenti e fastidiose di un fallito e Jimmy, che lo sa, e sa che anche Alison ne è consapevole, si sfoga su di lei e sull’amico Cliff. Che nulla fanno, peraltro, per interrompere e modificare il corso delle cose.
Motivi d’ira ce ne possono essere tanti, e differenti i modi per reagirvi: uno dei più ovvi è la vendetta contro chi o cosa provoca la rabbia, come accade al giudice Selah Lively, voce narrante di uno dei necrologi poetici raccolti da Edgar Lee Masters nell’Antologia di Spoon River (ed. Einaudi 1971); ascoltiamolo: “Immaginate di essere alto cinque piedi e due pollici / e di aver cominciato come garzone droghiere / finchè, studiando di notte, / siete riuscito a diventare procuratore.”
Questo il flashback che spiega qual è la situazione da cui è scaturita la grande rabbia di Selah Lively; è significativo che questa poesia sia una delle poche dell’Antologia in cui non viene raccontata la morte del protagonista, solitamente messa a conclusione dei versi che raccontano, sempre in prima persona, le storie vissute dagli abitanti di Spoon River, i lori odi e gli amori, e la fine spesso, anche se non sempre, cruenta.
Verso la metà troviamo infatti una frase illuminante, che ci dà in qualche modo un’idea di ciò che succederà poi: “Infine / voi diventate il Giudice.”
Eravamo partiti da “Immaginate”: abbiamo ascoltato Selah ed ora è lui stesso a rivelarci l’apogeo della sua brillante carriera, con la conseguente vendetta: “Bè, non vi par naturale / che gliel’abbia fatta pagare?” Ci sono le ragioni soggettive della rabbia, e ci sono quelle sociali: John Steinbeck ha scritto in proposito due romanzi emblematici: Furore (ed. Bompiani 2001) e La battaglia (ed. Tascabili Bompiani 1989); quest’ultimo, ambientato in U.S.A. nella seconda metà degli anni Trenta, è il resoconto di uno sciopero che fallisce, e sviluppa lungo l’arco della narrazione il concetto di “uomo-gruppo” , soprattutto per opera del personaggio del medico, che più di ogni altro impersona l’autore, e cioè Steinbeck stesso.
Ma, di fronte ai discorsi dell’amico medico che gli parla della teoria dell’uomo-gruppo con termini presi a prestito dalla biologia“ un’espressione dell’uomogruppo, una cellula con una sua funzione specifica, come una cellula oculare ad esempio. […] Il tuo occhio prende ordini dal tuo cervello e al tempo stesso gliene trasmette”, Mac, uno degli operai coinvolti nello sciopero, obietta: “Cosa c’entrano queste parole con la gente che ha fame, e i licenziamenti e la disoccupazione?”, mentre Jim, un altro degli scioperanti, gli fa eco con queste parole che sono un chiaro esempio della situazione critica in cui si trovavano i lavoratori dell’industria all’epoca della Grande Depressione e del New Deal roosveltiano: “V’è mai capitato di lavorare finchè, giunto alla perizia del mestiere, quando credete di guadagnare un po’ meglio, siete cacciato e un altro vi prende il posto? O di lavorare dove tutti parlano di lealtà verso la propria azienda, e lealtà vuol dire spionaggio dei dipendenti? Diavolo, vi dico che non ho niente da perdere.”
Anche James Meek nel suo racconto La pinta scura del coraggio (in: Acidi scozzesi, ed. Einaudi 1998) parla di un gruppo di lavoratori: si tratta di alcuni vigili urbani che, per protestare contro un licenziamento ingiusto, mettono in atto un’ingegnosa vendetta creando un gigantesco ingorgo stradale che si autoalimenta, tramite il sapiente dirottamento delle diverse code di autovetture le une verso le altre.
Sbotta John, uno di loro: “Fanculo il tribunale. Forza. Andiamo a giocare col traffico.”
Esempio da non seguire… senza dubbio…
| autore | Maria Elena Roffi |
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| creato | giovedì 23 ottobre 2003 |
| modificato | giovedì 23 ottobre 2003 |


