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Il vizio di leggere: l’accidia

Sette vizi capitali; sette itinerari di lettura. Sesto vizio

Quando andavo a catechismo, da bambina, questo era il vizio meno comprensibile: “Ma cos’è l’accidia?”

Sul vocabolario troviamo la definizione: “Accidia = stato di indifferenza e distacco da ogni cosa o azione; inerzia, indolenza.” Si riesce ad intravedere quasi una sorta di duplicità del concetto: da un lato emerge un aspetto non del tutto negativo, il distacco, (ciò che Shopenhauer chiamava atarassia) dall’altro invece abbiamo la noncuranza e l’indifferenza, in sostanza il menefreghismo nei confronti di tutto e di tutti, alla Giovane Holden (di J.D.Salinger; ed. Einaudi 1961) per intenderci.

Coinvolgimento e distacco (ed. Il Mulino 1988) è il saggio che Norbert Elias dedica all’analisi dei meccanismi e degli strumenti indispensabili per affrontare, con il necessario distacco, la mutevolezza dell’esistere sociale ed i suoi pericoli: è infatti proprio l’eccessivo coinvolgimento umano negli eventi che via via si manifestano in tutta la loro spesso drammatica realtà, intessuta di conflitti e minacce ambientali, a produrre un circolo vizioso per il quale l’incapacità di affrontare con i mezzi adeguati il reale cresce su se stessa, tramite un incremento parallelo di incertezze e mancanza di controllo sui fatti che si vorrebbero modificare.

Un po’ come succede a La donna dei fili raccontata da Ferdinando Camon (ed.  Garzanti 1990), che affronta il percorso analitico per l’urgenza di un nucleo aggrovigliato di problemi sui quali non riesce ad aver alcuna presa: “Lei andava spesso in bagno, si guardava allo specchio per delle mezz’ore, seguiva le prime rughe attorno agli occhi, la curva del mento, delle guance […] Guardava quella faccia dalla fronte al collo, dal collo alla fronte, e sentiva una tristezza che diventava pianto. Si sedeva sullo sgabello e si lasciava piangere, con calma, per interi quarti d’ora.”

 

Ma siccome la psic/analisi non fornisce risposte, essendo per l’appunto solo una analisi, e non una cura, tutto può essere: il protagonista maschile, lo psicanalista, pubblica infatti al termine del romanzo una lettera (che è la summa di tre lettere) con le reazioni della donna dei fili al libro che la vede protagonista, seguita dalla risposta.

 

E così l’ultima parola ce l’ha, ovviamente, lui. L’alchimia dei sentimenti e dei rapporti umani che è oggetto privilegiato d’indagine in psicanalisi, campeggia anche nel racconto L’indifferente di Marcel Proust  (ed. Einaudi 1987), basato sulle visibili trame che emozioni e fatti, esseri umani e cose, tessono instancabilmente all’interno di ciò che Agamben, nella sua Introduzione, definisce sistema delle passioni.

Dalle quali è lecito aspettarsi un’adeguata presa di distanza; nell’occhietto compare opportunamente questa frase di La Bruyére, che inquadra l’intera narrazione in un preciso contesto di riferimento: “Si guarisce dall’amore così come ci si consola dai dolori: nel cuore non c’è di che piangere sempre e amare sempre.”

Cos’è infatti che determina la passione di Madeleine per Lepré? Proprio la sua indifferenza, la noncuranza con cui tratta la dama che sino ad allora non l’aveva mai preso in considerazione.

E vediamo come si muove Michele, fratello di Carla ed al centro della complessa narrazione che Alberto Moravia sviluppa nel celebre Gli indifferenti (ed. Bompiani 1974), nel corso di una di quelle cene domestiche condotte alla “solita luce senza illusioni e senza speranze, particolarmente abitudinaria, consumata dall’uso come la stoffa di un vestito”. Leo, amante della madre, lo apostrofa con questa frase :”Non è vero Michele che pure a te le cose vanno male?” Il ragazzo medita fra sé: “Ora bisognerebbe rispondergli per le rime, ingiuriarlo,far nascere una bella questione e alfine rompere con lui” ma invece sceglie tutt’altra strada: calma mortale; ironia; indifferenza”  perché, per sua stessa ammissione, non ha la sincerità sufficiente per essere così esplicitamente coraggioso. Coraggio o disincanto?

Ne I disincantati di Budd Schulberg (ed. Einaudi 1990) lo scrittore Manlie Halliday, ridotto a fornire sceneggiature cinematografiche dopo un glorioso passato di autore di romanzi, è in realtà Francis Scott Fitzgerald, ed il giovane Shep Stearns adombra lo stesso Schulberg, cui lo sconfinato scetticismo di Halliday-Fitzgerald appare ”ora come un’affascinante follia, ora come una proposta di metafisica saggezza.” Poiché, come dice John Keats (in: Sonno e poesia, ed. Guanda 1988) “può la morte essere sonno, se la vita è solo sogno / e scene di felicità passano come fantasmi?” / […] Atarassia; distacco; accidia; forse…

Proprietà dell'articolo
autoreMaria Elena Roffi
creatogiovedì 27 novembre 2003
modificatovenerdì 28 novembre 2003