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Il vizio di leggere: l’avarizia
Sette vizi capitali; sette itinerari di lettura. Secondo vizio.
Avarizia: morboso attaccamento al denaro che induce a spenderlo malvolentieri, o a non spenderlo affatto.
Questa la definizione del dizionario, che dà il significato letterale del concetto; in senso metaforico: si può essere avari di tutto ciò che è nostro e che non si dà volentieri, per esempio i propri sentimenti.
E dunque le opere che narrano storie che implodono, o i cui protagonisti sono figure solitarie e riservate, che parlano di relazioni impervie e trattenute, di sentimenti centellinati con grande parsimonia sono libri dove l’avarizia costituisce lo scenario su cui si muovono trame e personaggi.
La morte a Venezia di Thomas Mann (ed. Mondadori 1995) è un libro esemplare, in questa prospettiva: ne è protagonista Gustav von Aschenbach, scrittore giunto ad una maturità malinconica ma a suo modo equilibrata, dal cui orizzonte ogni passione, vista come sperpero irrazionale di energie, è esclusa. Il sentimento intenso che proverà nei confronti di Tadzio non viene mai articolato in frasi, né mai speso: vive interamente negli sguardi e nei pensieri scambiati con il giovane ospite del medesimo albergo in cui alloggia lo scrittore, impersonato sullo schermo, nell’omonimo film di Visconti, da uno splendido Dirk Bogarde. Qui il risvolto più appariscente dell’avarizia, di questo trattenere i sentimenti è ciò che von Aschenbach definisce incontentabilità: per chi è avaro le cose, le esperienze, le idee ed i sentimenti altrui (non dimentichiamo che si tratta di uno scrittore, ed uno scrittore è sempre un po’ vampiro) non bastano mai, e ne consegue una paralisi dell’iniziativa che si traduce in seguito una sorta di anchilosi della capacità di sentire: “Senza dubbio, fin dall’adolescenza l’incontentabilità era stata per lui la condizione stessa, la prima radice del dono artistico; per amor suo aveva domato e raggelato il sentimento, che sapeva incline ad appagarsi di spensierate approssimazioni e di cose a metà perfette.”
Se l’imperfezione è per von Aschenbach una delle caratteristiche più disprezzabili della sfera emozionale, è all’opposto la sua preziosità ed unicità ad identificarla, secondo la tradizione classica: sono oro i sentimenti e l’anima degli esseri umani per Esopo, che inizia con questa frase la favola n. 344 intitolata per l’appunto L’avaro (in: Favole, ed. Mondadori 1996): “Un avaro vendette tutti i suoi beni e ne ricavò un lingotto d’oro che seppellì in una certa località, sotterrandovi insieme anche la sua vita e la sua anima.”
Sempre in tema di anime di avari, sentite questa fiaba islandese, intitolata L’anima nel borsellino (in: Fiabe e leggende di tutto il mondo: fiabe islandesi, ed. Mondadori 1995): “C’era una volta una donna insoddisfatta di suo marito. Costui era pigro e scortese, e lei lo sgridava spesso, rimproverandolo di sperperare tutto ciò che essa aveva racimolato.” Un brutto giorno il marito s’ammala e giunge in punto di morte: la moglie, convinta che la sua anima non sia pronta per il cielo, decide di compiere un salvataggio insolito: “Prese il borsellino, lo tenne sotto il naso del malato, e quando costui esalò l’anima, quest’ultima andò dritta filata nel borsellino e vi si agitò dentro.” Fermamente determinata ad introdurre in paradiso l’anima del marito, la donna si reca da Pietro, quindi da Maria ed infine da Cristo stesso, ma nessuno è disposto ad aiutarla; lei però non si dà per vinta, ed alla fine: “prese in fretta il borsellino e lo scagliò nel regno dei cieli, dove rimase in un cantuccio”: quando si dice l’ostinazione…
Su tutt’altro versante troviamo invece il Polittico dell’avarizia, la lussuria e la morte di Ramòn del Valle-Inclàn (ed. Costa & Nolan 1991): qui ne La rosa di carta si sviluppa, in un’atmosfera definita con termine spagnolo esperpento (cioè grottesco) assistiamo ad un funebre abbraccio finale di un vedovo recente che, tra l’impulso suicida e quello necrofilo, si lancia nelle fiamme sulla salma della moglie e perisce con lei nell’incendio della loro casa, incurante della ricca eredità: ventimila reali. “Ventimila reali che finiranno all’osteria!” sostiene la Disa, una delle comari presenti.
Perché, come dice Lars Gustafsson in Il clarinetto, uno dei racconti inclusi nella raccolta Preparativi di fuga dello stesso autore (ed. Iperborea 1995) “Sulla punta di spillo del terrore c’è la verità, come una piccola stella tagliente”: dominati dal senso del vuoto e dell’assenza, questi racconti sono ricchi di inquietanti e sottili tracce di presenze, vere o fittizie, e del tutto avari di certezze e valori concretizzabili, nella convinzione che “ “Io” sia il vocabolo più assurdo della nostra lingua. E il punto vuoto del linguaggio. [e, come ognun sa] (Come ogni centro, è necessariamente vuoto)”.
| autore | Maria Elena Roffi |
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| creato | venerdì 31 ottobre 2003 |
| modificato | venerdì 31 ottobre 2003 |





