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Il vizio di leggere: la superbia
Sette vizi capitali; sette itinerari di lettura. Terzo vizio
Avventure alla conquista del potere, sfide impossibili, luce e tenebre, poteri sovrumani e disumani, orgogli smisurati: queste le trami di libri che inducono in tentazione e fanno scivolare nel vizio. Jean-Baptiste Grenouille, protagonista di Il profumo (Süskind ed. TEA 1992) ha la presunzione di dominare il mondo producendo un profumo in grado di soggiogare chiunque lo annusi: nato quasi per caso da una venditrice di pesci che lo mette al mondo al mercato mentre sta lavorando, e cerca di eliminarlo subito venendo successivamente scoperta, arrestata e condannata a morte come infanticida, Grenouille si trova a vivere in una Parigi settecentesca permeata di odori, per lo più sgradevoli, in una società non ancora inodore come la nostra.
Lui, al contrario, è del tutto privo di odori, tanto buoni quanto cattivi. Partendo da quest’inquietante caratteristica, che provocherà l’avversione ed il rifiuto della stessa balia cui viene affidato, Jean-Baptiste cresce ignorando sensibilità e sentimenti, con il solo scopo di creare il profumo che dà potere su ogni anima: un po’ come un vampiro, succhia le essenze da altri esseri umani uccidendoli e traducendo in profumi ciò che trova in ognuno, compreso l’amore.
Un autentico vampiro è invece Louis, il celebre io narrante di Intervista col vampiro di Anne Rice (ed. TEA 1997), libro conosciuto anche per la nota versione cinematografica con Brad Pitt e Tom Cruise. Il superbo Lestat, vampiro con padre cieco a carico ignaro dell’identità del figlio, aggredisce Louis, proprietario di alcune ricche piantagioni in Louisiana ambite dallo stesso Lestat; Louis, il vampiro che avrà sempre rispetto per la vita umana, conduce prima della trasformazione un’esistenza serena sinchè il fratello, in preda a d una crisi mistica, muore per un incidente molto simile ad un suicidio.
Da questo avvenimento in poi tutto precipita, e Louis si lascia per sempre alle spalle la sua caratteristica di essere umano per abbracciare l’eterna vita notturna ed omicida dei vampiri, gli esseri che hanno potere di vita, ma più ancora di morte, su uomini e donne.
Si tratta insomma sempre e comunque di Una questione di potere, come per altri e laceranti motivi racconta Bessie Head nell’omonimo libro (ed. Lavoro 1994): scenario degli eventi è qui il Sudafrica, luogo storico-geografico dove il potere, e non solo quello politico, si rivela in tutto e per tutto come causa ed effetto del male originario che infesta l’umanità intera: l’odio.
Il romanzo è la storia sofferta ed autobiografica di una donna di sangue misto, nata da un legame proibito fra una donna inglese bianca e di buona famiglia con uno stalliere di colore, e venuta al mondo nell’ospedale psichiatrico dove la madre, che vi morirà alcuni anni dopo, era stata internata per una grave forma di malattia mentale.
La superbia razziale della società segregazionista la rende subito un paria ed un’esule: verrà infatti scacciata dalla famiglia materna e quindi africano e nero sarà sin dall’inizio il segno del suo destino. “Se le cose dell’anima sono veramente una questione di potere – medita nel romanzo – allora chiunque possiede il potere dello spirito potrebbe essere Lucifero.” : come luciferino è per l’appunto il Grenouille di Süskind, da cui abbiamo preso le mosse per inoltrarci in questo vizio.
La superbia autodiretta di Narciso e la dura sicurezza di Diana di Efeso colpiscono nel Catalogo di idoli redatto da Margherite Yorcenar (in: Pellegrina e straniera, ed. Einaudi 1993): “Femmina di scorpione, ape regina. Da te escono gli esseri, tu li divori: non valgono i tuoi sogni. Sei sorda, ma ruggisci: affamata, ma insaziabile. Sei dura, insensata, gioiosa, ma i tuoi freddi occhi giudicano i vivi. A che pro, o madre eterna, questo generare di esseri effimeri?”.
È la superbia maschile degli Antenati di Cesare Pavese (in: Poesie edite e inedite, ed. Einaudi 1962) a far da controcanto alla terribile divinità femminile, quasi un rex tremendae majestis da Dies Irae, evocata da Yourcenar: “E le donne non contano nella famiglia. / Voglio dire, le donne da noi stanno in casa / e ci mettono al mondo, e non dicono nulla / e non contano nulla, e non le ricordiamo. / Ogni donna c’infonde nel sangue qualcosa di nuovo, / ma s’annullano tutte nell’opera e noi, / rinnovati così, siamo i soli a durare. / Siamo pieni di vizi, di ticchi e di orrori / - noi, gli uomini, i padri – qualcuno si è ucciso, / ma una sola vergogna non ci ha mai toccato, / non saremo mai donne, mai ombre a nessuno.” (Il grassetto, va da sé, è mio. N.d.A.)
Tu vaglielo a dire, a Marguerite Yourcenar...
| autore | Maria Elena Roffi |
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| creato | venerdì 7 novembre 2003 |
| modificato | venerdì 7 novembre 2003 |

